Saline: diventano attività agricole?

Il sale marino, che si ottiene dalla raccolta del cloruro di sodio contenuto nell’acqua di mare fatta evaporare in aree dedicate, le saline è attività più vicina alla coltivazione che all’estrazione di un minerale, agricola e non più industriale.

È la proposta di legge - finalizzata appunto al riconoscimento di attività agricola alla coltivazione del sale marino - a cui sta lavorando Confagricoltura con le società di gestione delle Saline di mare italiane, da Atisale (Margherita di Savoia in Puglia e Sant’Antioco in Sardegna) a Sosalt e Isola Longa (in Sicilia, da Trapani a Marsala) fino alle Saline Conti Vecchi (ancora in Sardegna) e quelle di Cervia in Romagna. 

Saline: diventano attività agricole?

Affinità all'attività agricola agricola

Un progetto che può contare su un dialogo già avviato con il governo sulle basi del fatto che l’attività di salicoltura marina è assimilabile a quella agricola per molti aspetti: l’uso del suolo e dell’acqua, la ciclicità della produzione legata ai fenomeni della natura e delle stagioni, la dipendenza dalle condizioni climatiche, i macchinari utilizzati e, soprattutto, il lavoro dell’uomo.

A questi risvolti si aggiungono quelli economici, poiché la pratica della salicoltura genera e mantiene l’ecosistema e la biodiversità, e definisce i caratteri di ruralità dei territori interessati, valorizzandone anche il turismo. 

Ovviamente ci sono vantaggi fiscali 

E i risvolti economici non si fermano qui: l’assimilazione della salicoltura all’attività agricola aprirebbe le porte ai regimi civilistici, fiscali e previdenziali applicati al settore agricolo, laddove, almeno in linea generale, le tasse si applicano su base catastale con una fiscalità predeterminata.

Saline: diventano attività agricole?

Inoltre, se il sale diventa un prodotto agricolo, chi lo coltiva potrebbe avere accesso agli incentivi propri dell’attività agricola e le saline potrebbero essere valorizzate attraverso i Psr, i Programmi di sviluppo rurale, ovvero gli interventi strutturali per l’agricoltura delle Regioni che attingono a fondi europei.

Occorrerebbe comunque anche il via libera di Bruxelles; ma in questa direzione l’Italia potrebbe fare fronte comune con la Francia dove la salicoltura già dal 2019 è entrata tra le attività agricole con la modifica del Codice rurale e della pesca. 

Italia: 1,2 milioni di tonnellate di sale

In Italia le saline marine coprono oltre 10 mila ettari, con una produzione annua di 1,2 milioni di tonnellate di sale (corrisponde a poco meno del 30% della produzione totale), per un valore di oltre 60 milioni di euro.

Saline: diventano attività agricole?

Sarebbe bello – sottolinea al Corriere della Sera Bruno Franceschini, presidente di Atisale (dal 2019 nel gruppo del colosso francese Salins du Midi), che può contare sulla più grande salina d’Europa, quella di Margherita di Savoia, 4.500 ettari e 500 mila tonnellate di sale prodotte annualmente con un centinaio di addetti che arrivano a 400 con l’indotto – avere entro fine anno il riconoscimento agricolo.

La salina pugliese – aggiunge – è riconosciuta come Riserva nazionale naturale ed è una realtà fortemente innovativa nel processo di produzione.

Come dire che la coltivazione del sale marino merita il riconoscimento agricolo anche in virtù della salvaguardia del territorio, dell’ambiente e dell’ecosistema e non solo per la produzione di un elemento naturale di grande valore nutrizionale.