Macchie sulle olive: l'infezione è già avvenuta, ecco perché
Gestione operativa del Camarosporium dalmaticum in oliveto, con soglie per mosca dell'olivo e limiti annui nell'uso del rame
Le drupe iniziano a mostrare macchie circolari brune, infossate, con piccoli punti neri interni: è il segno del Camarosporium dalmaticum, fungo patogeno già ampiamente diffuso negli oliveti italiani. In fase di invaiatura e pre-raccolta le segnalazioni aumentano, e riconoscerlo in tempo cambia la destinazione di intere partite.
Il problema non è nuovo ma si ripropone ogni anno con la stessa insidia: quando la macchia è visibile, l'infezione è già avvenuta e nessun trattamento fungicida può più agire sul frutto colpito. La difesa si gioca prima, sul controllo della mosca dell'olivo e sulla gestione dei residui infetti in campo.
Camarosporium dalmaticum sulle olive: sintomi da riconoscere in campo
Il sintomo distintivo è una macchia circolare bruno-scura, infossata e ben delimitata, che evolve in uno scudetto necrotico di pochi millimetri con piccoli punti neri interni: sono i picnidi del fungo, la struttura che permette di distinguerlo da altre alterazioni della buccia. Il patogeno, storicamente classificato anche come Phyllosticta dalmatica o Phoma dalmatica, è oggi ricondotto da studi recenti a Botryosphaeria dothidea.
Le lesioni evolvono verso la disidratazione e la mummificazione della drupa, un dettaglio operativo non secondario: le olive mummificate restano sulla pianta o cadono a terra e diventano riserva di inoculo per l'annata successiva. Ecco perché la gestione dei frutti residui, spesso trascurata, pesa quanto il controllo degli insetti vettori nel bilancio del rischio complessivo.
Le cultivar non rispondono allo stesso modo: varietà come la Gordal Sevillana risultano particolarmente esposte, mentre altre tollerano meglio le condizioni predisponenti. Questa differenza di suscettibilità va tenuta presente nella scelta varietale per i nuovi impianti e nella definizione delle priorità di monitoraggio, soprattutto dove convivono blocchi produttivi diversi per destinazione (mensa o olio).
Mosca dell'olivo e condizioni climatiche: come cambia il rischio di Camarosporium
Il complesso che degrada la drupa dall'interno coinvolge la mosca dell'olivo (Bactrocera oleae) e la cecidomia (Prolasioptera berlesiana), i cui varchi d'ingresso aprono la strada al fungo patogeno. Le soglie di intervento indicate dalle linee tecniche vanno dall'1-2% di drupe con puntura fertile per i trattamenti preventivi sugli adulti, fino al 3-5% di infestazione attiva per giustificare un larvicida, tipicamente fra fine agosto e metà settembre.
Le condizioni di bagnatura e pioggia favoriscono la diffusione del fungo tramite schizzi d'acqua, per cui il rischio si impenna dopo eventi piovosi in oliveti con inoculo residuo presente. Il monitoraggio integrato, come descritto nella pianificazione della difesa integrata in campo, richiede di incrociare trappole, catture e bollettini territoriali piuttosto che agire solo sul calendario.
Il rame resta lo strumento preventivo più citato nelle strategie di difesa, ma va usato per bloccare l'insediamento, non per curare un'infezione già in corso; il limite normativo cumulativo è fissato a 4 kg di rame per ettaro all'anno. Un impiego tardivo, dopo la comparsa dei sintomi, non recupera le drupe già colpite e va destinato piuttosto a proteggere la produzione ancora sana, con logiche simili a quelle viste per altri marciumi da clima nei frutteti.
Sul fronte del controllo diretto della mosca, le esche adulticide, le trappole a cattura massale e le polveri di roccia (caolino, bentonite, zeolite dosate indicativamente a 2-3 kg per 100 litri) restano gli strumenti più efficaci per chiudere le vie d'ingresso al patogeno. Un approccio integrato che ricorda, per logica di soglie e monitoraggio, quanto già discusso a proposito della gestione degli acari sul pomodoro o della lotta integrata contro la glomerella del melo, dove il danno visibile arriva sempre dopo l'infezione reale.
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