Espropri per fotovoltaico: come difendere l’azienda agricola
Andrea Maggi, Biella, 116 ettari di riso DOP: esproprio per stazione elettrica, Decreto Agricoltura 2024 e agrivoltaico
Quando un’azienda risicola strutturata come quella di Andrea Maggi, 116 ettari di riso DOP tra Biella e Vercelli, si vede recapitare un avviso di possibile esproprio per una stazione elettrica, il problema non è solo il valore del terreno. In gioco ci sono continuità colturale, programmazione delle rotazioni, ammortamento di macchine e impianti costruiti in decenni di lavoro.
Nel caso di Biella, i terreni verrebbero destinati a una grande stazione di connessione al servizio di decine di mega impianti fotovoltaici alimentati da capitali esteri. Situazioni analoghe emergono in diverse regioni, dove impianti e infrastrutture energetiche sono qualificati come opere di pubblica utilità. Per chi conduce un’azienda agricola, diventa cruciale capire come funzionano le procedure, quali margini di difesa esistono e come impostare gli investimenti per ridurre il rischio fondiario.
Espropri per impianti fotovoltaici, regole e margini
Il punto di partenza è che infrastrutture energetiche come elettrodotti, cabine primarie e stazioni di connessione di grandi parchi fotovoltaici possono essere qualificate come opere di pubblica utilità. Ciò apre alla procedura di esproprio di terreni privati, compresi quelli agricoli, come testimoniano gli elenchi regionali di procedimenti espropriativi collegati a opere energetiche.
In genere il percorso prevede dichiarazione di pubblica utilità, deposito degli atti, osservazioni dei proprietari, eventuale accordo bonario e, in mancanza, decreto di esproprio con indennizzo. Il Decreto legge 15 maggio 2024 n. 63, il cosiddetto “Decreto Agricoltura”, ha però cambiato il quadro: vieta nuovi impianti fotovoltaici tradizionali con moduli poggiati a terra su suoli agricoli, consentendo solo configurazioni agrivoltaiche che mantengono l’attività agricola.
La sentenza n. 127/2026 della Corte costituzionale ha confermato questo impianto, chiarendo che lo stop riguarda il fotovoltaico a terra tradizionale, mentre gli impianti agrivoltaici con moduli sollevati, che preservano colture e pascolo, restano ammessi. Per un’azienda che riceve comunicazioni su nuovi progetti è decisivo verificare se l’opera preveda fotovoltaico tradizionale vietato o agrivoltaico compatibile con l’uso agricolo.
Il caso Biella e l’impatto su continuità aziendale e mezzi
Nel Biellese, l’azienda di Andrea Maggi lavora 116 ettari accorpati a riso DOP attorno a una cascina seicentesca. Uno scenario tipico di azienda che ha tarato il proprio parco macchine su grandi corpi poderali: trattori di pari potenza, attrezzature di larga larghezza di lavoro, impianti di essiccazione e stoccaggio dimensionati al volume aziendale complessivo.
Se una parte significativa di questi ettari venisse sottratta per una stazione elettrica a servizio di mega impianti fotovoltaici, l’impatto non sarebbe solo fondiario. Cambierebbero i tempi di raccolta, la convenienza di attrezzature ad alta capacità, l’assetto del lavoro contoterzi. In casi simili può diventare necessario rivedere investimenti recenti in mietitrebbie, sistemi di irrigazione, persino il layout della cascina. Chi ha puntato sul fotovoltaico in ambito zootecnico o su tetti e capannoni, come incentivato dai parchi agrisolari, si trova in una posizione molto diversa rispetto a chi subisce infrastrutture esterne sul pieno campo.
Per alcuni operatori può risultare utile confrontare queste situazioni con i modelli di fotovoltaico su stalle e capannoni con il Parco Agrisolare, dove la produzione di energia resta funzionale all’azienda e non comporta perdita di superficie coltivata.
Capitali esteri, agrivoltaico e alternative per l’azienda
Gli investimenti di capitali esteri in grandi parchi solari e relative stazioni elettriche sono ormai consolidati nel fotovoltaico “utility scale”. La normativa recente, però, spinge verso configurazioni agrivoltaiche che mantengono la produzione agricola, riconosciute anche dalle linee guida ENEA sull’agrivoltaico sostenibile. In questi progetti l’azienda agricola può diventare soggetto attivo invece di semplice proprietario espropriato.
Le linee guida del Ministero dell’Ambiente del 2022 hanno anticipato requisiti precisi per gli impianti agrivoltaici: altezza minima e disposizione dei moduli, monitoraggio congiunto di resa elettrica e agricola, risparmio idrico, controllo dell’impatto microclimatico. Con la Legge 4/2026 di conversione del D.L. 175/2025 questi criteri sono entrati nel Testo Unico sulle fonti rinnovabili, che definisce in modo cogente l’impianto agrivoltaico e richiede l’asseverazione tecnica del mantenimento di almeno l’80% della produzione lorda vendibile sotto i pannelli, con controlli da parte dei Comuni nei cinque anni successivi. Se un progetto non rispetta questi parametri di legge, il rischio di perdita di produttività aziendale diventa molto più elevato.
In parallelo, per chi valuta impianti propri esistono strumenti fiscali e inquadramenti dedicati, dalle regole su fotovoltaico agricolo e regole fiscali 2026 fino al credito d’imposta per beni strumentali collegato ai piani di transizione 4.0 e 5.0, che include anche le imprese agricole.
Come gestire il rischio fondiario: verifiche e azioni
Per limitare il rischio di perdere terreni per progetti energetici esterni, la prima mossa è monitorare sistematicamente gli strumenti di pianificazione: piani energetici regionali, mappe delle aree idonee, avvisi di avvio di procedure espropriative. In regioni come il Piemonte, la legge regionale 28 luglio 2026 n. 15 fissa limiti di superficie agricola utilizzata destinabile a impianti da fonti rinnovabili, con soglie percentuali regionali e comunali, indicazione utile per stimare quanto una certa zona sia esposta a nuovi progetti.
Quando emerge un intervento su terreni aziendali, diventa fondamentale agire in tempi stretti: presentare osservazioni tecniche, farsi assistere da un legale esperto di espropri e un agronomo che quantifichi l’impatto su rese, rotazioni e organizzazione del lavoro. In alcuni casi può essere negoziata una diversa localizzazione dell’opera o una soluzione agrivoltaica che preservi l’attività agricola, avvicinandosi ai modelli regolati dall’agrivoltaico avanzato più che al fotovoltaico a terra tradizionale.
- Verificare se il progetto configura fotovoltaico a terra vietato o agrivoltaico ammesso.
- Controllare se esistono limiti di SAU per impianti energetici nel Comune interessato.
- Coinvolgere per tempo tecnici e legali, documentando impatti su produzione e mezzi.
- Valutare, se sostenibile, impianti propri su tetti e strutture esistenti.
- Considerare la partecipazione diretta a iniziative agrivoltaiche strutturate.
Per chi intende restare protagonista nelle scelte energetiche aziendali, può essere strategico studiare da subito le regole per agrivoltaico e rinnovabili in zona agricola e, dove possibile, l’uso combinato con normativa e tecnologie agrivoltaiche aggiornate, così da indirizzare i capitali, anche esteri, verso configurazioni compatibili con la continuità dell’impresa agricola.
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