Prezzi del grano in caduta: rischio per le semine 2026
Prezzi del grano duro in caduta: calo del 35% che mette a rischio le semine italiane 2026. Coldiretti lancia l’allarme
Prezzi del grano in caduta: c'è forte preoccupazione per le semine del prossimo anno.
Nei campi italiani l’autunno segna l’avvio delle operazioni di semina che daranno origine al raccolto 2026.
Ma quest’anno a dominare è l’incertezza: i prezzi del grano duro sono crollati del 35% in due anni, rendendo poco sostenibile l’attività per molti agricoltori.
Coldiretti lancia l’allarme: i ricavi non riescono più a coprire i costi di produzione, e il rischio è l’abbandono di vaste aree cerealicole, con ripercussioni sulla disponibilità di grano nazionale destinato alla pasta made in Italy.
Prezzi del grano in caduta: i prezzi sono crollati del 35% in due anni
Prezzi ai minimi e aree a rischio
L’ultima quotazione alla borsa merci di Foggia parla di 290-295 euro a tonnellata, livelli che non si vedevano dall’agosto 2022. Una cifra che mette in difficoltà soprattutto le regioni del Sud, dove la cerealicoltura è spesso l’unica risorsa economica.
Le aree più esposte, secondo Coldiretti, sono Puglia, Sicilia e Basilicata, territori in cui l’abbandono dei campi potrebbe tradursi in desertificazione produttiva e sociale.
Raccolto in ripresa ma il prossimo anno è incerto
Dopo un 2024 difficile, la campagna 2025 aveva registrato un recupero, con una produzione di 3,7 milioni di tonnellate (+7%). Ma le prospettive per il 2026 sono minacciate dal mix tra prezzi bassi, alti costi di produzione e concorrenza estera.
Uno dei fattori critici è l’arrivo massiccio di grano straniero. Nei primi cinque mesi del 2025 le importazioni di frumento duro sono aumentate del 18%, con un vero boom dal Canada (+119%).
Secondo Gianluca Lelli, amministratore delegato di Cai – Consorzi agrari d’Italia, si tratta di una dinamica che si ripete: diversi Paesi, dal Canada alla Turchia fino alla Russia, immettono sul mercato italiano le loro produzioni proprio in coincidenza con la nostra stagione di raccolta, abbassando le quotazioni. A peggiorare la situazione, il cambio favorevole con il dollaro debole rende le importazioni ancora più competitive.
La campagna 2025 aveva registrato un recupero, con una produzione di 3,7 milioni di tonnellate (+7%)
Concorrenza e costi in aumento
Lelli sottolinea anche un tema di concorrenza sleale: agli agricoltori italiani è richiesto il rispetto di standard rigorosi, mentre i produttori esteri riescono a collocare grano a basso prezzo con pratiche non ammesse in Italia, come l’uso del glifosato in Canada.
Allo stesso tempo i costi interni restano alti. Nonostante il rallentamento dell’inflazione, fertilizzanti ed energia sono ancora su valori elevati, complicando ulteriormente la redditività delle imprese.
Pasta made in Italy: quali prospettive?
Il nodo finale riguarda la filiera della pasta. Se le semine italiane dovessero ridursi, la disponibilità di grano duro nazionale calerebbe ulteriormente.
Secondo Lelli, chi lavora con contratti di filiera non avrà problemi, perché questi accordi garantiscono premi agli agricoltori e stabilità di approvvigionamento. Diverso il discorso per i piccoli pastai che si riforniscono sul mercato all’ultimo momento: in caso di scarsità di prodotto italiano, potrebbero trovarsi costretti a utilizzare grano estero.
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