Frutticoltura e orticoltura: costi di produzione troppo alti
Frutticoltura e orticoltura: i costi di produzione sono troppo alti e i prodotti vengono lasciati in campo
Frutticoltura e orticoltura: i costi di produzione sono troppo alti e i prodotti vengono lasciati in campo.
Frutta e verdura restano di fatto nei campi: i costi per produrre superano i prezzi di vendita
Con 20 centesimi a carciofo, non si recuperano nemmeno i costi di produzione. E così gli agricoltori preferiscono abbandonare nei campi i prodotti.
I prezzi sono crollati di quasi il 70% anche per colpa dei prodotti extra Ue, che stanno invadendo i mercati nazionali con quotazioni capaci di sbaragliare qualsiasi concorrenza.
Nei campi stanno finendo sotto la fresa molti prodotti, interrati perché non conviene raccoglierli, o con gli agricoltori che invitano i cittadini ad andare a coglierseli direttamente in campagna, da soli.
La vendita a peso d'oro
Eppure, sui banchi dei fruttivendoli e dei supermercati questi ortaggi vengono venduti a ben di più. Dal campo alla tavola, l’aumento è di sette volte tanto.
Bruxelles intanto sta valutando la possibilità di rivedere la direttiva sulle pratiche commerciali sleali per includervi il divieto di pagare gli agricoltori meno dei costi di produzione, ovvero introdurre un giusto margine sui prezzi di vendita dei prodotti.
Sulla base dei dati ufficiali rilevati da Ismea, Coldiretti ha calcolato la variabilità dei prezzi pagati ai produttori negli ultimi 12 mesi. Le clementine sono state vendute tra gli 82 e i 30 centesimi al chilo, le arance tra 53 e 32 centesimi. Decisamente più ampia la forbice nel caso dei broccoli: a qualcuno vengono remunerati 43 centesimi al chilo, ad altri 1,13 euro, secondo quanto riportato da Il Sole 24 Ore.
Ma sono i finocchi a battere ogni record, si spazia dai 2,2 euro ai 28 centesimi: è chiaro che, nel secondo caso, la voglia di lasciarli in campo sale.
Non solo frutta e ortaggi a rischio
A rischio non ci sono solo broccoli, finocchi e clementine.
Per i prezzi troppo bassi assistiamo anche al progressivo abbandono della coltivazione del frumento, duro e tenero. In un chilo di pane c’è dentro un chilo di frumento tenero, che però oggi all’agricoltore viene pagato solo 22 centesimi. Spesso, tra il minimo e il massimo delle quotazioni la differenza la fanno pochi centesimi, ma quei pochi, per un’azienda agricola, significano guadagno o perdita.
E anche quando il prezzo è più elevato, questo è dovuto quasi sempre alla carenza di prodotto, a un calo del raccolto riconducibile a siccità, gelo, grandine o ad attacchi di parassiti.
La conseguenza è comunque un reddito insufficiente per gli agricoltori.
La posizione di Coldiretti
Per invertire la rotta la Coldiretti ritiene in primo luogo che siano da perseguire accordi di filiera, con una adeguata programmazione, con una equa remunerazione delle parti e anche un prezzo accessibile al consumatore.
Ma non essendo tutti i soggetti della filiera disponibili ad accordi, ecco che diviene indispensabile l’intervento delle istituzioni, italiane e dell’Unione europea.
L'Ue deve vigilare affinché non ci siano abusi di posizione dominante nè il ricorso a pratiche sleali, ma anche che i prodotti di importazione rispettino le regole Ue in termini di metodi di produzione, antiparassitari ed etica, secondo il principio di reciprocità.
Infine, affinché questi prodotti non vengano spacciati per italiani, occorre che le autorità controllino la correttezza dell’etichettatura di origine obbligatoria.
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