Berti compra Vicentini Carni: 1.500 bovini a settimana e filiera integrata da 500 milioni
Gruppo Berti, Vicentini Carni, Salizzole: filiera chiusa dai cereali al macello, 500 milioni e target 1.500 bovini a settimana
Il Gruppo Berti ha acquisito il macello Vicentini Carni di Salizzole, in provincia di Verona, completando un passaggio che porta il fatturato aggregato previsto da 350 a 500 milioni di euro. L'operazione chiude il ciclo produttivo del gruppo, dai cereali e dalla mangimistica fino alla macellazione.
Vicentini Carni tratta circa 48.000 bovini all'anno e, secondo i dati di bilancio 2024, impiega 26 dipendenti a fronte di 14 aziende agricole di proprietà e 65 allevamenti partner. Il fatturato 2024 dell'azienda veronese è stato di circa 121,4 milioni di euro: un tassello che il Gruppo Berti inserisce ora in una filiera integrata su scala più ampia.
Che cosa cambia nella filiera bovina
L'acquisizione estende un percorso che il Gruppo Berti aveva già impostato con le divisioni agricoltura, cereali, mangimi e carni. Denis Berti ha dichiarato che l'operazione permette di consolidare la presenza "all'interno del ciclo produttivo che va dai cereali e dalla produzione primaria per la mangimistica fino alla macellazione". Il gruppo punta a una filiera integrata, con tracciabilità rafforzata lungo le diverse fasi produttive.
Sul fronte degli allevamenti, Michele Berti ha indicato la direzione: "Il nostro obiettivo è collaborare con allevatori motivati e inserirci nel percorso avviato dal decreto Coltivaitalia". Quel decreto stanzia 300 milioni di euro per sostenere la linea vacca–vitello e ridurre la dipendenza dalle importazioni di carne bovina, obiettivo che il gruppo indica come riferimento strategico.
La formula prevede sia allevamenti gestiti direttamente sia rapporti in soccida, lo schema già usato da Vicentini Carni con i suoi 65 partner. La tracciabilità si inserisce nel quadro dei requisiti previsti dalla normativa nazionale e dai disciplinari di qualità, che includono anche l’uso di supporti informatici come codici a barre e QR Code nelle fasi di macellazione e sezionamento.
Il contesto in cui si inserisce l'operazione resta quello di un Paese strutturalmente dipendente dall'estero per la carne bovina: l'autosufficienza italiana si è attestata al 37,6% nel 2025 secondo i dati Teseo.Clal.it. Rafforzare una filiera integrata e tracciata, dalla mangimistica alla macellazione, risponde anche a questo squilibrio tra produzione interna e fabbisogno del mercato nazionale.
Fatturato aggregato da 350 a 500 milioni di euro
Il salto dichiarato nel fatturato aggregato, da 350 a 500 milioni di euro, misura l'effetto dell'integrazione più che una crescita organica isolata: Vicentini Carni porta in dote circa 121,4 milioni di ricavi 2024 e una capacità di macellazione che il gruppo intende ampliare. L'obiettivo dichiarato al momento dell’operazione è arrivare a lavorare circa 1.500 bovini alla settimana a regime, quindi come traguardo futuro e non ancora come capacità consolidata.
Un volume di questo tipo richiede il pieno utilizzo degli allevamenti gestiti direttamente e di quelli in soccida, con una pianificazione attenta dei flussi di ingresso al macello. Per chi alleva o conferisce animali, la possibilità di inserirsi in una programmazione di questo tipo incide sulla gestione delle partite, dei tempi di ingrasso e dei contratti di fornitura.
La distribuzione della carne lavorata è indicata su più canali: grossisti, commercianti, grande distribuzione e piccola distribuzione. È una struttura diversificata che riduce la dipendenza da un singolo cliente o segmento, coerente con l'obiettivo di stabilizzare i volumi lavorati settimanalmente nel tempo.
Il progetto Beef Master, dedicato a carni bovine marezzate di alta qualità, resta parte della strategia del gruppo e si inserisce nello stesso schema di filiera integrata e tracciata. L'operazione Vicentini Carni si affianca ad altri movimenti recenti nel comparto agroalimentare, come quello raccontato a proposito di Fyeld che acquisisce Agricola Italiana, segno di un settore dove l'integrazione verticale è diventata leva competitiva ricorrente anche tra operatori di dimensioni diverse, come mostra anche il caso di Usco che acquisisce Italtractor Itm Titan.
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