Microalghe nelle pecore da latte: le dosi testate per aumentare EPA e DHA senza perdere produzione
32 pecore Lacaune, 30–40 g/giorno, Schizochytrium spp. e Nannochloropsis gaditana: più EPA e DHA, produzione stabile
Uno studio del Dipartimento di Scienze Animali dell'Università Agraria di Atene ha testato la supplementazione con microalghe su 32 pecore in lattazione, incrociate tra Lacaune e una razza locale greca. L'obiettivo era verificare se dosi di 30–40 grammi al giorno di Schizochytrium spp., da sola o combinata con Nannochloropsis gaditana, potessero aumentare il contenuto di omega-3 nel latte senza penalizzare produzione e ingestione.
Gli animali sono stati divisi in quattro gruppi: controllo, solo Schizochytrium spp., miscela delle due microalghe, e la stessa miscela a dose più alta. Il risultato più rilevante riguarda la qualità del prodotto: la concentrazione di PUFA n-3 a lunga catena è salita, con il DHA fornito da Schizochytrium spp. e l'EPA da Nannochloropsis gaditana, aprendo a un possibile uso mirato per il impiego di proteine alternative nella razione.
Microalghe e latte ovino: l'obiettivo sugli omega-3
La normativa europea stabilisce una soglia precisa per chi vuole valorizzare commercialmente questo tipo di arricchimento: un prodotto può portare il claim nutrizionale "fonte di omega-3" solo se contiene almeno 40 mg di EPA e DHA per 100 grammi e per 100 kcal. È il parametro che la filiera lattiero-casearia dovrà confrontare con i dati analitici ottenuti in stalla, per capire se la supplementazione basta a raggiungere la soglia richiesta.
Gli autori dello studio sintetizzano così l'esito pratico: la supplementazione sostiene "l'impiego delle microalghe come strategia alimentare per produrre latte ovino arricchito in omega-3, senza compromettere l'ingestione, la produzione e la composizione chimica del latte". Un punto non scontato, perché interventi nutrizionali mirati a modificare il profilo lipidico possono talvolta incidere su parametri produttivi che l'azienda non può permettersi di perdere.
Supplementazione nella razione: quali aspetti valutare
Il dato che distingue questo lavoro da altre sperimentazioni sulle microalghe riguarda l'assenza di effetti collaterali misurabili: nessuna variazione significativa nell'ingestione alimentare, nella produzione di latte, né nel contenuto di grasso, proteine e lattosio. Chi gestisce la razione ovina può quindi valutare l'inserimento delle microalghe come integrazione mirata, senza dover ripensare l'intero piano alimentare o temere cali produttivi.
Un secondo elemento emerso riguarda lo stato ossidativo degli animali: la supplementazione combinata ha migliorato le difese enzimatiche antiossidanti nel sangue. Alla dose più alta, 40 grammi al giorno, i biomarcatori ossidativi sono risultati superiori rispetto agli altri gruppi, un segnale che merita attenzione nella fase di definizione del dosaggio ottimale per capo.
Prima di introdurre le microalghe in razione, resta necessario verificare con dati analitici se il trattamento ha realmente migliorato la qualità del latte, confrontando i valori di EPA e DHA con la soglia normativa. Questo tipo di controllo si inserisce nello stesso approccio già richiesto per altre strategie nutrizionali, come quelle discusse a proposito della valorizzazione di sottoprodotti ittici in agricoltura circolare o della gestione dei mangimi professionali nelle condizioni di stress termico, dove la verifica analitica resta il passaggio che convalida la scelta alimentare.
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