Gaza: il 97% delle terre coltivabili è fuori uso
FAO–UNOSAT, Gaza, Rafah: solo 448 ettari coltivabili integri al 24 giugno 2026, il 97% delle terre è fuori uso
Solo il 3% delle superfici coltivabili di Gaza risulta oggi insieme accessibile e non danneggiato, secondo la nuova valutazione geospaziale FAO–UNOSAT basata su immagini satellitari e divieti di accesso. Questo dato fotografa un sistema agroalimentare quasi fermo, con campi e serre irraggiungibili che non possono più fornire cibo alla popolazione locale.
A Rafah, nell’estremo sud, oltre il 97% dei terreni e quasi tutte le serre risultano inaccessibili o distrutti, mentre complessivamente circa il 27% delle superfici è raggiungibile ma richiede pesanti interventi di riabilitazione dei suoli prima di tornare produttivo. Ne deriva una dipendenza strutturale dagli aiuti alimentari, con cucine comunitarie e panifici sovvenzionati che sostituiscono di fatto l’agricoltura locale.
Crisi agroalimentare a Gaza: cosa mostrano i dati
La valutazione FAO–UNOSAT indica che, alla data del 24 giugno 2026, circa 4.091 ettari di terre coltivabili risultavano ancora accessibili, ma solo 448 ettari erano al tempo stesso accessibili e privi di danni significativi. In meno di un anno dalla tregua di ottobre 2025 questa superficie è scesa da 601 a 448 ettari, con un calo del 25,5% del potenziale effettivamente utilizzabile.
La crisi non riguarda solo le superfici in pieno campo: nelle aree meridionali, in particolare a Rafah, quasi tutte le superfici in serra risultano oggi o distrutte o irraggiungibili per restrizioni di accesso. In parallelo, i rapporti umanitari descrivono un approvvigionamento basato su cucine collettive e distribuzioni di pane sovvenzionato, segnale che la produzione locale di cereali, ortaggi e foraggi è ormai incapace di sostenere la domanda interna.
Accesso ai campi, suoli danneggiati e input mancanti
Il blocco del sistema agroalimentare di Gaza nasce prima di tutto da un problema di accessibilità ai campi. La cosiddetta “linea gialla” e le zone interdette si sono progressivamente estese, riducendo le superfici dove agricoltori e contoterzisti possono fisicamente entrare con mezzi e attrezzature, anche quando il suolo sarebbe ancora agronomicamente lavorabile.
Nei terreni raggiungibili il danno è in molti casi strutturale: compattazioni da mezzi pesanti, crateri, macerie incorporate nel profilo, sistemi irrigui distrutti o interrotti. La riabilitazione richiederà combinare spietramenti, riprofilatura, risistemazione idraulica e ripristino di reti di irrigazione in pressione, un tema ben noto a chi gestisce impianti irrigui per colture ad alta esigenza idrica.
Anche nelle poche aree tecnicamente coltivabili pesano poi le restrizioni sugli input: disponibilità irregolare di semi, fertilizzanti, mangimi, gasolio e ricambi per le macchine. Gli stessi nodi emergono, in scala diversa, quando crisi geopolitiche limitano l’accesso a carburanti o nutrienti in altri contesti, come mostrano gli aumenti legati alla crisi dei fertilizzanti dovuta alla guerra o alla stretta sul gasolio agricolo.
Leve tecniche per ricostruire il sistema agroalimentare
La strategia descritta da FAO, basata sui dataset FAO–UNOSAT, punta a un pacchetto di interventi strutturali: corridoi sicuri per l’accesso ai campi, ricostruzione delle serre, ripristino delle infrastrutture irrigue, distribuzione mirata di sementi e fertilizzanti, sostegno a mangimi e mezzi di produzione degli allevatori. L’obiettivo non è solo distribuire aiuti, ma riattivare la capacità produttiva locale.
Sul piano agronomico ciò implica programmi intensivi di riabilitazione dei suoli danneggiati, con lavorazioni profonde mirate, ammendanti organici dove disponibili e gestione attenta dell’acqua in un contesto già arido e vulnerabile alla siccità. I problemi di stress idrico e rese ridotte che colpiscono ortaggi, frutta e olivo in scenari di deficit idrico, come analizzato per altre aree mediterranee nei contributi su siccità e colture arboree e orticole, vengono esasperati in un territorio dove il 97% delle terre coltivabili è di fatto fuori uso.
Per pianificare la ripartenza servirà quindi integrare strumenti geospaziali di valutazione del danno con competenze su agricoltura di precisione e gestione mirata degli input, così da concentrare risorse limitate su parcelle effettivamente recuperabili e ridurre sprechi di acqua, nutrienti ed energia in un sistema produttivo profondamente fragile.
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