61.265 suini abbattuti nel Lodigiano: 38 allevamenti colpiti
Lodigiano, peste suina africana, 38 allevamenti in meno e 61.265 capi persi. Lombardia stanzia 4,8 milioni di euro.
Nel Lodigiano la peste suina africana ha già lasciato a terra 38 allevamenti da ingrasso e da riproduzione e oltre 61 mila suini, con una perdita produttiva che pesa su tutto il distretto suinicolo lombardo. La chiusura delle strutture colpite e l’abbattimento dei capi hanno ridisegnato in poco tempo la geografia degli allevamenti.
Chi gestisce aziende suinicole in provincia di Lodi si confronta oggi con protocolli di biosicurezza più stringenti, maggiori costi fissi e una pressione sanitaria che resta alta per la diffusione del virus tra i cinghiali in altre aree del Nord Italia. Ogni deroga o calo di attenzione in stalla può tradursi in nuovi focolai, con ulteriori abbattimenti e blocchi di movimentazione verso i macelli.
Peste suina nel Lodigiano, il bilancio per allevamenti e capi
Nel giro di due anni nel Lodigiano il saldo della peste suina africana è di 38 allevamenti suinicoli in meno e 61.265 capi persi tra ingrasso e riproduzione. Si tratta di aziende concentrate in un’area a forte vocazione suinicola, dove la densità di capi per ettaro rende più critico contenere il virus quando entra in un sito.
Il dato locale si inserisce in un quadro nazionale in cui, al 9 agosto, sono confermate 2.201 positività nei cinghiali e 10 focolai in allevamento. La combinazione tra fauna selvatica infetta e comprensibile mobilità di mezzi e persone lungo la filiera aumenta il rischio di nuove introduzioni del virus in allevamento, soprattutto nelle zone a maggiore intensità produttiva come la bassa Lombardia.
In Lombardia la gestione dell’emergenza è stata accompagnata anche da risorse straordinarie, come i 4,8 milioni di euro destinati agli interventi contro la PSA, che hanno sostenuto parte dei costi di adeguamento strutturale e organizzativo. Resta comunque per molte aziende un vuoto produttivo che incide sui contratti con macelli, prosciuttifici e mangimifici collegati.
Misure di biosicurezza e gestione quotidiana del rischio
Le misure di biosicurezza applicate negli allevamenti suini del Lodigiano hanno riguardato innanzitutto il controllo di accessi e flussi: registrazione di ogni ingresso, percorsi separati per mezzi e persone, zone filtro con cambio completo di indumenti e calzature dedicate. In molte stalle sono stati rivisti i piani aziendali di sanificazione di corsie, box, piazzali e punti di carico.
La gestione dei mezzi che entrano in contatto con i suini è diventata un punto critico, con procedure più severe di lavaggio e disinfezione delle attrezzature e degli autocarri prima dell’ingresso in azienda. Su questo fronte sono stati valorizzati anche sistemi dedicati di lavaggio mezzi suinicoli per la prevenzione della PSA, integrati nei protocolli aziendali per ridurre il rischio di trasporto passivo del virus tra siti diversi.
In parallelo, gli allevamenti hanno dovuto conciliare le nuove regole con altre criticità gestionali, come gli stress da caldo estivo e l’adeguamento degli impianti di ventilazione e raffrescamento. Le 10 azioni consigliate per il contenimento del caldo estremo in stalla sono diventate parte integrante dei piani di gestione, perché una mandria più stressata è anche più vulnerabile alle complicanze sanitarie.
Effetti economici della peste suina sulle aziende locali
La perdita di 61.265 capi nel Lodigiano ha ridotto l’offerta di suini destinati, direttamente o indirettamente, al circuito delle DOP suinicole, che a luglio ha comunque macellato circa 598,9 mila capi a livello nazionale. Per le aziende colpite dal virus, oltre agli abbattimenti, il danno principale è il fermo produttivo, con strutture che rimangono vuote per lunghi periodi.
Nel periodo di inattività, gli allevamenti devono comunque sostenere spese fisse per mutui, energia, manutenzioni e personale chiave, spesso ridisegnando i rapporti con banche e fornitori. Allo stesso tempo, le aziende non colpite direttamente dalla PSA si trovano a operare in un contesto più incerto, in cui il rischio sanitario e normativo entra tra i fattori strutturali che condizionano la sostenibilità economica della zootecnia suinicola lombarda.
Il tema si collega anche alle discussioni più ampie sulla sostenibilità delle stalle italiane, in cui gli standard ambientali e sanitari richiesti si sommano ai vincoli di mercato. In questo quadro, le analisi sulla zootecnia italiana e sulle stalle sostenibili secondo FAO mostrano come la capacità di garantire biosicurezza e continuità produttiva diventi un requisito centrale per restare competitivi all’interno delle filiere suinicole DOP.
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