Silos pieni, olio invenduto: Puglia e Calabria dichiarano crisi
Puglia e Calabria al Governo, 206.955 tonnellate ferme, Piano Olivicolo da 300 milioni bloccato, frantoi sotto pressione
L’olio extravergine d’oliva prodotto in Calabria e Puglia entra nella nuova campagna con silos ancora pieni di scorte invendute dalla stagione precedente. Secondo i dati del sistema informativo Frantoio Italia dell’Icqrf, alla data del 30 giugno 2026 risultavano in giacenza a livello nazionale 206.955 tonnellate di olio extravergine, il 63% in più rispetto alle 126.986 tonnellate dello stesso periodo del 2025, con 121.609 tonnellate di produzione italiana ancora nei tank a circa due mesi dall’avvio della campagna 2026. La richiesta di riconoscimento dello stato di crisi avanzata dalle due Regioni mostra che non si tratta di una normale fase di mercato, ma di una situazione che rischia di bloccare i ritiri della prossima raccolta e di mettere in difficoltà frantoi, cooperative e aziende agricole lungo tutta la filiera.
Perché Puglia e Calabria parlano di stato di crisi
La crisi dell’olio extravergine non nasce con l’ultima campagna, ma da un progressivo accumulo di prodotto nei magazzini di frantoi e cooperative. Le giacenze sono aumentate quando il calo delle quotazioni ha convinto molti operatori a stoccare l’olio nella speranza di un rimbalzo dei prezzi che non si è verificato. Il risultato è un volume elevato di olio di vecchia campagna che oggi occupa capacità di stoccaggio e assorbe liquidità.
Secondo la Regione Puglia, la situazione è tale da aver imposto l’inserimento della crisi del comparto olivicolo-oleario all’ordine del giorno della Commissione Politiche Agricole della Conferenza delle Regioni, con l’obiettivo di chiedere al Governo il riconoscimento dello stato di crisi per attivare misure straordinarie su credito e liquidità. In parallelo la Regione Calabria, in incontri con le organizzazioni di filiera, ha condiviso la necessità di portare il tema al Governo e alla Conferenza Stato-Regioni; a inizio agosto 2026 gli assessorati risultano pronti a formalizzare al Ministero la richiesta, che non ha però ancora prodotto misure operative.
Effetti pratici delle giacenze su frantoi e aziende
Il principale nodo operativo riguarda i frantoi oleari, anello di collegamento tra olivicoltori e industria o confezionatori. Gran parte dell’olio invenduto è infatti stoccato presso queste strutture, che però sono classificate come imprese artigiane e non agricole, con ricadute sulle competenze ministeriali per un eventuale intervento emergenziale. Questo crea un primo problema di inquadramento, mentre la capacità dei silos si riduce proprio a ridosso della nuova raccolta.
Se le vendite non ripartono in modo significativo, molti frantoi potrebbero non essere in grado di ritirare il nuovo raccolto o potrebbero farlo solo a condizioni economiche molto penalizzanti per i produttori. In un contesto in cui, su altri fronti, imprese agricole si trovano già a fare i conti con costi del gasolio agricolo in salita e clima estremo, l’effetto combinato di spese correnti elevate e mancato sbocco del prodotto rischia di compromettere la sostenibilità finanziaria delle aziende olivicole più esposte.
Strumenti allo studio: stato di crisi, Piano olivicolo e stoccaggio
Il riconoscimento di uno stato di crisi del comparto olivicolo-oleario consentirebbe, se accordato, l’attivazione di sostegni specifici: misure di liquidità per le imprese, possibili moratorie sui debiti e strumenti straordinari per gestire le scorte. A questo si affianca l’attesa per lo sblocco del Piano Olivicolo Nazionale, che prevede 300 milioni di euro per il settore e che, a inizio agosto 2026, risulta ancora fermo all’esame della Camera dei Deputati, con le organizzazioni che chiedono una rapida approvazione per rendere effettive le risorse.
Le rappresentanze dei frantoiani hanno nel frattempo segnalato la propria esclusione dal Tavolo Olio convocato dal Ministero dell’Agricoltura a metà luglio e sollecitano un confronto più ampio, auspicando anche il coinvolgimento del Ministero delle Imprese e del Made in Italy per gli aspetti legati alla promozione e alla valorizzazione commerciale, ma senza che al momento risulti attivo un tavolo interministeriale specifico sul perimetro di intervento sui frantoi.
Tra le ipotesi sostenute dalle rappresentanze di settore rientra la destinazione di partite di olio extravergine agli indigenti tramite bandi nazionali, in modo da alleggerire le giacenze e trovare uno sbocco sociale al prodotto fermo. Un’altra leva discussa è la possibile riattivazione degli aiuti allo stoccaggio privato nell’ambito dell’organizzazione comune dei mercati, utilizzando le risorse destinate ai programmi operativi delle organizzazioni di produttori, così da dare respiro alle imprese in attesa di una ripresa della domanda.
Cosa può fare l’operatore olivicolo nell’immediato
In attesa di decisioni sugli strumenti nazionali e regionali, chi gestisce aziende olivicole o frantoi può impostare alcune mosse operative di base. La prima è una verifica puntuale di volumi stoccati, contratti in essere e impegni bancari, per valutare l’esposizione alla discesa dei prezzi e ai maggiori costi di produzione, inclusi gasolio e fertilizzanti, così da preparare per tempo eventuali richieste di rinegoziazione del credito.
La seconda riguarda il monitoraggio dei bandi regionali collegati al rilancio del settore, dai contributi per impianti meccanizzabili agli interventi di rigenerazione olivicola e di valorizzazione del prodotto, con particolare attenzione alle misure che premiano l’aggregazione commerciale o l’adesione a organizzazioni di produttori. In parallelo la filiera può lavorare sul rapporto con la distribuzione, puntando a un posizionamento congruo dell’extravergine 100% italiano a scaffale, riducendo la dipendenza da promozioni continue che comprimono il margine di tutti gli attori e sfruttando, dove possibile, accordi di fornitura che distinguano in modo chiaro tra prodotto nazionale e blend esteri.
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