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Boom dei risi tondi 2026: +20.000 ettari, medi in crollo

Ente Risi, 2026: tondi a 77.500 ettari, medi a 6.870 e -47,5%; Selenio, Carnaroli e Arborio avanzano

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Foto di: OmniTrattore.it

Le superfici a riso in Italia per il 2026 restano sostanzialmente stabili rispetto agli anni precedenti, ma cambiano in modo netto gli equilibri tra i gruppi varietali. Secondo le stime diffuse da Ente Risi, la superficie totale prevista si attesta a 233.500 ettari, con un calo limitato di circa 1.200 ettari rispetto al 2025, ma ancora al di sopra dei livelli del 2023 e 2024 (210.239 e 226.129 ettari). A fare notizia sono l’aumento deciso dei risi tondi e il crollo dei medi, mentre avanzano le varietà destinate al mercato interno.

Superfici in lieve calo, ma sopra il 2023-2024

Per chi coltiva riso, il primo dato da guardare è il totale delle superfici. La stima 2026 di Ente Risi indica 233.500 ettari coltivati a risaia, contro i 234.732 ettari del 2025. Il calo sarebbe quindi limitato a circa 1.200 ettari o poco più, un arretramento modesto se confrontato con altri anni difficili per il comparto. Se si mettono in fila le ultime quattro campagne, emerge come il 2026 resti comunque su livelli più alti del 2023 e del 2024, quando si contarono rispettivamente 210.239 e 226.129 ettari. Il sondaggio sulle superfici conferma quindi che timori e incertezze degli agricoltori, pur presenti, non hanno per ora determinato una fuga dalle risaie. Il quadro sintetizza ancora una volta il mix tra andamento dei mercati, quotazioni e percezione del rischio da parte dei produttori.

Superfici riso 2026 in Italia per gruppi varietali
Il futuro della coltivazione di riso in Italia si gioca sulla varietà e sull'adattamento alle dinamiche di mercato. OmniTrattore.it
Foto di: OmniTrattore.it

Nel complesso, i totali «praticamente uguali agli anni precedenti» indicano che le variazioni osservate nel 2026 vanno lette soprattutto come spostamenti interni tra gruppi varietali. Gli operatori hanno ridistribuito le scelte colturali in risposta a prezzi, sbocchi di mercato e disponibilità di sementi, più che per una decisione netta di ridurre o aumentare il riso in rotazione. In questo contesto, diventano centrali le dinamiche tra tondi, medi, lunghi A e lunghi B, che orientano in modo diverso la destinazione del raccolto tra industria, export e consumo interno.

Tondi in forte espansione, medi in caduta

Il movimento più evidente riguarda il gruppo dei risi tondi. La superficie complessiva passa dai 56.820 ettari del 2025 ai 77.500 ettari stimati per il 2026, un balzo di oltre 20.000 ettari che rompe la relativa stabilità delle annate precedenti (tra 52.998 e 59.228 ettari dal 2023 al 2025). Ente Risi segnala che questo valore, per come è costruita la stima (basata su 2.937 denunce, pari al 79% della superficie 2025), potrebbe addirittura aumentare nei prossimi mesi. All’interno dei tondi spiccano in particolare Selenio, che sale a 15.200 ettari (14.094 nel 2025, 13.525 nel 2024), e Centauro, che passa da 4.659 a 5.700 ettari, mentre la voce “altri tondi” cresce da 38.067 a 56.650 ettari, recuperando e superando i livelli del 2024 e 2023.

All’opposto, il gruppo dei risi medi registra un tracollo che gli operatori definiscono «eclatante»: le superfici scendono da 13.091 ettari del 2025 a 6.870 ettari stimati nel 2026, pari a un –47,5%. Il confronto con il 2024 (14.313 ettari) conferma la dinamica negativa, anche se rispetto al 2023, quando i medi occupavano 8.451 ettari, la riduzione appare meno estrema. Nel dettaglio, le “varie medio” scendono da 7.487 a 3.150 ettari, mentre Lido e similari calano da 899 a 1.000 ettari (in leggera ripresa sul 2024, ma lontani dai 2.178 ettari del 2023); Vialone Nano e similari passano da 4.408 a 2.650 ettari, dopo i 4.140 ettari del 2024 e i 3.008 del 2023. Il ridimensionamento dei medi modifica la composizione dell’offerta, con possibili effetti sull’organizzazione dei contratti di coltivazione e sulle filiere che utilizzano questi risi.

Lunghi A e lunghi B, tra assestamenti e riconversioni

Anche nei gruppi lungo A e lungo B il 2026 mostra assestamenti rilevanti. I lunghi A passano da 118.542 a 109.230 ettari, recuperando comunque terreno rispetto ai 99.610 ettari del 2023 e restando sopra i 107.909 ettari del 2024. All’interno del gruppo, Ribe-Loto e similari scendono da 35.619 a 32.100 ettari, mentre S. Andrea e similari calano da 3.172 a 2.550 ettari, dopo un aumento rispetto agli 1.336 ettari del 2023. Si osserva invece una crescita marcata per Arborio e similari, che salgono da 19.336 a 22.200 ettari, e per Carnaroli e similari, da 24.554 a 29.000 ettari, dopo i 22.190 ettari del 2024 e i 24.509 del 2023. Anche Roma-Baldo e similari si attestano su 16.950 ettari, in calo rispetto ai 28.283 del 2025 ma nettamente sopra i 191 ettari del 2024 e gli 11.804 del 2023, a testimonianza di forti oscillazioni di gruppo.

Per i lunghi B, la stima 2026 indica 39.850 ettari, in calo rispetto ai 46.278 ettari del 2025 e ai 44.678 del 2024, e nettamente sotto i 49.180 ettari del 2023. Il ridimensionamento tocca un gruppo che, nelle ultime annate, aveva mantenuto superfici elevate e relativamente stabili. Nel complesso si registra quindi un riequilibrio tra lunghi A e lunghi B, con i primi che – pur in discesa rispetto al 2025 – consolidano una quota superiore ai 100 mila ettari, mentre i secondi arretrano sotto la soglia dei 40 mila ettari. Questi spostamenti interni possono incidere sulle disponibilità delle diverse tipologie per l’industria, l’export e il consumo diretto, affiancandosi alle scelte fatte in altre filiere cerealicole, come quelle del grano duro.

Superfici riso 2026 in Italia per gruppi varietali
L'equilibrio tra varietà di riso lungo A e lungo B riflette le dinamiche reali del mercato e della domanda interna. OmniTrattore.it
Foto di: OmniTrattore.it

Varietà da mercato interno spinte dalle quotazioni

Un altro elemento chiave della campagna 2026 è l’avanzata delle varietà destinate al mercato interno, che – si sottolinea – guadagnano terreno “spinte da quotazioni accettabili almeno per una parte di questa disastrosa campagna”. L’incremento di Selenio, Centauro, Arborio, Carnaroli, Roma-Baldo e altri lunghi A tipicamente legati al consumo nazionale mostra come una parte dei produttori stia indirizzando le scelte verso risi più richiesti dall’industria di trasformazione e dalla distribuzione italiana. Questo orientamento è letto come una risposta pragmatica alle difficoltà di mercato, con gli agricoltori che cercano di appoggiarsi a segmenti con prezzi ritenuti più sostenibili.

Accanto ai risi tradizionali per il mercato interno, pesano nelle statistiche anche ingressi e uscite di risi tecnici, come quelli delle piattaforme Clearfield e Provisia. Le variazioni legate a queste tipologie sono descritte come effetto soprattutto delle strategie commerciali dei sementieri, più che di un reale mutamento di interesse da parte dei produttori o dell’industria. In pratica, la presenza o meno di certe varietà in catalogo e nelle proposte commerciali influenza in modo diretto la composizione delle superfici. Dinamiche analoghe si osservano in altre colture specializzate per l’industria alimentare, come il pomodoro da industria, dove contratti e disponibilità varietali orientano le scelte colturali di chi gestisce aziende medio-grandi.

Acqua poca e contesa: rischi per rese e programmazione

Oltre alla superficie, la campagna 2026 è segnata dal tema della scarsità d’acqua, indicata come ormai “drammatica” per molti territori risicoli, in particolare in Lombardia. In aree come la Lomellina, i produttori segnalavano carenze idriche già a fine maggio, attribuendo le difficoltà sia alla gestione dei canali da parte degli enti competenti sia ai prelievi a monte, in Piemonte. I risicoltori piemontesi, più vicini alla testa dei canali, avrebbero infatti beneficiato inizialmente di maggiori disponibilità, innescando di fatto uno scontro definito una “guerra tra poveri”, in cui tutti competono per una risorsa sempre più limitata. La scarsità d’acqua viene giudicata destinata a incidere soprattutto sulle rese più che sulle superfici, con il rischio di compromettere i risultati produttivi anche laddove le semine sono state confermate.

A essere chiamato in causa è anche il quadro normativo e gestionale delle risorse idriche. Viene ricordato come i molti usi tutelati – dalla produzione di energia elettrica al rispetto del deflusso minimo vitale nei corsi d’acqua – finiscano di fatto per penalizzare l’agricoltura, pur restando quest’ultima formalmente al secondo posto nella scala di priorità per l’accesso all’acqua. Un presidente di consorzio irriguo, egli stesso risicoltore, avrebbe sottolineato come, in una stagione difficile come questa, la ripartizione tra gli utilizzi diventi un fattore critico per la sopravvivenza delle colture irrigue. La situazione delle risaie si inserisce così in un quadro più ampio di competizione per l’acqua che riguarda anche altri sistemi colturali intensivi, dai ortaggi alle colture frutticole in espansione come l’avocado in Italia.

Invasi e infrastrutture idriche, obiettivo ancora lontano

Guardando agli anni futuri, viene ribadita l’urgenza di una rete di invasi in grado di trattenere le acque di pioggia e gli eccessi di fiumi e torrenti durante inverno e primavera, per poi rilasciarle nella stagione secca. Questa strategia di stoccaggio era indicata tra gli obiettivi del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (Pnrr), ma quanto si osserva oggi nelle campagne porta a ritenere che il traguardo non sia stato “pienamente centrato”. L’assenza di nuove opere diffuse, capacità di accumulo e infrastrutture adeguate lascia le risaie esposte alle oscillazioni delle portate, con margini di manovra limitati per i consorzi irrigui.

Per chi coltiva riso, la combinazione tra superfici sostanzialmente stabili, tensioni varietali e incertezza idrica rende più complessa la programmazione aziendale. Le scelte tra tondi, medi, lunghi A e B devono oggi tenere conto non solo delle quotazioni e dei contratti, ma anche della possibilità concreta di disporre dell’acqua necessaria nelle fasi critiche del ciclo colturale. In questo contesto, la capacità del sistema paese di investire in invasi e infrastrutture irrigue assume un peso crescente nel determinare non solo le rese, ma anche le decisioni future sulle superfici da destinare al riso rispetto ad altre colture irrigue e industriali.