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21,7 milioni di ettari a rischio: come il sale danneggia i campi

FAO, Venus, GO CUNEOSOL: 1,4 miliardi di ettari salini, dal Polesine al Salento la risposta passa da alofite e biochar

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Foto di: OmniTrattore.it
Cristian Furini Cristian Furini

In Unione Europea e Regno Unito la salinizzazione dei suoli interessa già una quota significativa di territorio agricolo, con stime del Joint Research Centre e di altre istituzioni europee che indicano da uno a tre milioni di ettari colpiti, in un quadro più ampio in cui circa il 63% dei suoli europei risulta degradato per cause diverse, tra cui proprio l’accumulo di sali nei terreni irrigui costieri.

Nel Salento la desertificazione agricola, la scarsità d'acqua e l'avanzata del sale nei terreni hanno contribuito a classificare l'area come svantaggiata, con perdite pesanti sugli uliveti. Nel Polesine il fenomeno ha un nome tecnico preciso, il cuneo salino, e un progetto operativo, GO CUNEOSOL, che il 16 settembre ha messo a confronto tecnici su energia solare e biochar per il recupero dei suoli.

Suoli salinizzati, soluzioni agronomiche e gestione tecnica
Drenaggio, gestione dell'irrigazione e monitoraggio della salinità sono tra le principali leve agronomiche per limitare il degrado dei suoli OmniTrattore.it
Foto di: OmniTrattore.it

Perché il sale nei terreni cresce ogni anno

Il meccanismo che porta il sale nei campi è per lo più idraulico: l'acqua di irrigazione, quando è essa stessa troppo salina o quando il drenaggio è insufficiente, lascia nel terreno una concentrazione di sali che aumenta a ogni ciclo colturale. Parte di quella stessa acqua rientra nei fiumi con un carico salino più alto, alimentando un circolo che nei territori mediterranei si autoalimenta con la siccità.

La FAO, in un'analisi globale del 2024, stima 1,4 miliardi di ettari già colpiti da salinità nel mondo e un miliardo ulteriore a rischio; per l'Italia, dati ISPRA collocano oltre il 28% del territorio nazionale in un'area esposta al rischio di desertificazione, di cui la salinizzazione è spesso l'anticamera concreta nei suoli irrigui costieri.

Uno studio dell'Università di Padova, applicato al delta del Po con un modello di reti neurali spazio-temporali, ha isolato i mesi e le colture più esposte: l'erba medica risulta la specie con il rischio di danno più elevato nei mesi di giugno e luglio, un dato utile per chi programma gli sfalci e valuta il ritorno economico dei foraggi in aree già segnate dal cuneo salino, un tema affrontato anche parlando di programmazione della raccolta delle trincee di insilato.

Colture alofite: cosa emerge dai siti pilota

Il progetto europeo Venus, al centro di un convegno organizzato da Anbi il 17 settembre a Ferrara nell'ambito di RemTech Expo, coinvolge il Consorzio di bonifica Adige Euganeo e nove partner del bacino mediterraneo. In Veneto la sperimentazione ha interessato due siti pilota, Gesia a Cavarzere e Zennare a Chioggia, dove sono state messe a confronto quattro specie alofite: Atriplex halimus, Beta maritima, Salicornia europaea e Suaeda maritima.

Le analisi del suolo, condotte dal Dipartimento di Scienze e Tecnologie Ambientali, Biologiche e Farmaceutiche dell'Università della Campania "Luigi Vanvitelli", indicano che le quattro specie ottimizzano l'uso dell'acqua e limitano l'evapotraspirazione: per un chilogrammo di questi ortaggi alternativi servono da 6 a 41 litri di acqua piovana, contro i 238-384 litri richiesti dagli ortaggi a foglia tradizionali, secondo i dati diffusi dal progetto.

Le stesse specie, analizzate nelle parti fogliari e radicali dall'istituto greco Elgo-Dimitra, mostrano un contenuto di fibra alimentare e micronutrienti competitivo rispetto alle verdure convenzionali, aprendo uno sbocco di mercato oltre alla semplice tolleranza agronomica. I risultati preliminari raccolti nei siti pilota dimostrano concretamente la fattibilità di un'agricoltura sostenibile, competitiva e resiliente anche in territori svantaggiati, mentre il presidente Francesco Vincenzi ha parlato di un bacino mediterraneo ormai riconosciuto come hotspot della crisi climatica, altro filo che lega queste sperimentazioni al lavoro già raccontato su salicornia e progetti dedicati ai terreni salinizzati.

Drenaggio, ammendanti e monitoraggio in azienda

Accanto alle colture alternative, le linee guida CSQA sul degrado dei terreni agricoli indicano interventi già praticabili con le attrezzature aziendali esistenti: una gestione dell'acqua che favorisca l'infiltrazione senza ristagni, un miglior drenaggio dei campi, la riduzione delle lavorazioni intensive e l'uso di ammendanti organici per contrastare salinizzazione e sodicizzazione.

Sul fronte irriguo, la scelta dei volumi e dei turni resta decisiva quanto la qualità dell'acqua: un eccesso o un difetto rispetto al reale fabbisogno della coltura peggiora sia lo stress salino sia quello idrico, come emerge anche dal lavoro su volumi di irrigazione del pomodoro e resa produttiva. In parallelo, il monitoraggio della conducibilità elettrica e dell'umidità del suolo permette di intercettare l'accumulo salino prima che diventi visibile sulla coltura, integrando i sensori con i sistemi di supporto alle decisioni già discussi a proposito dei monitoraggi radicali e dello stress da trapianto.

Nessuna delle fonti disponibili indica interventi obbligatori sui mezzi agricoli per affrontare la salinizzazione: le leve restano agronomiche e gestionali, dalla scelta varietale al drenaggio, fino al monitoraggio elettronico del suolo che oggi rientra tra le tecnologie finanziabili nei bandi regionali per l'agricoltura di precisione.