Maxi-frode: 40.000 t di riso bio 'falso' nel Pavese
Lomellina, Guardia di Finanza di Pavia, ICQRF: 40.000 t di falso bio, 17 indagati e sequestri oltre 10 milioni.
Quattordici aziende agricole della Lomellina sono indagate per aver venduto come biologico riso coltivato con fitofarmaci e fertilizzanti non ammessi dal regolamento sul biologico. La Guardia di Finanza di Pavia e gli ispettori dell'ICQRF, l'Ispettorato centrale della tutela della qualità e repressione frodi, hanno eseguito un sequestro preventivo di beni per oltre 10 milioni di euro.
L'inchiesta della Procura di Pavia, partita nel 2023 su segnalazione di FederBio, coinvolge 17 persone e riguarda la vendita di circa 40mila tonnellate di riso spacciato per bio, con profitti illeciti stimati in 9,8 milioni di euro e altri 400mila euro di contributi pubblici ottenuti tramite bandi regionali legati alla Politica agricola comune. Tra gli indagati anche il sindaco di Sartirana Lomellina, Pietro Ghiselli, anche lui imprenditore agricolo.
Maxi-frode sul riso biologico nel Pavese: cosa è successo
A far scattare i controlli è stata un'anomalia nei documenti aziendali: le rese dichiarate per ettaro si attestavano intorno alle 7,5 tonnellate di risone, quasi il doppio della media di circa 4 tonnellate che il settore riconosce come plausibile per una coltivazione biologica priva di fertilizzanti chimici di sintesi e pesticidi. Un valore che agli investigatori è parso da subito incompatibile con le tecniche colturali dichiarate.
Le indagini, condotte con intercettazioni telefoniche e perquisizioni, sono confluite in analisi di laboratorio che hanno confermato la presenza di sostanze non consentite nella produzione biologica. Le ipotesi di reato sono frode nell'esercizio del commercio e truffa per il conseguimento di erogazioni pubbliche. Il ministro dell'Agricoltura e della Sovranità alimentare, Francesco Lollobrigida, ha dichiarato: "Ringrazio la Procura della Repubblica, l'Ispettorato Icqrf e la Guardia di Finanza per l'operazione condotta a Pavia".
Requisiti del riso bio: rese, trattamenti e controlli da rispettare
Il caso pavese arriva in un'area che rappresenta il primo polo risicolo d'Europa, dove il differenziale di prezzo tra riso convenzionale e biologico rende appetibile la scorciatoia contestata dagli inquirenti. Per le aziende che lavorano nel rispetto delle regole, la vicenda si traduce in un rafforzamento dei controlli sulle rese dichiarate, già segnalato dagli organismi di certificazione come priorità operativa nei prossimi controlli in campo.
Documentare con precisione le pratiche colturali diventa quindi decisivo: registri dei trattamenti, tracciabilità delle sementi, conservazione delle fatture di acquisto degli input ammessi e coerenza tra le rese dichiarate e quelle storicamente plausibili per il proprio terreno. Chi gestisce colture a rischio di controlli incrociati, come già avvenuto per altre graminacee resistenti coltivate nel riso, farebbe bene a rivedere i propri archivi aziendali prima dell'ispezione, non dopo.
Le ricadute non si fermano al campo. Trasformatori e distributori guardano con maggiore attenzione ai fornitori italiani in un momento già segnato da tensioni sulla materia prima, dopo che la siccità e l'import a dazio zero hanno già messo sotto pressione il riso italiano. Un caso di frode su questa scala rischia di alimentare diffidenza verso l'intera filiera bio, proprio mentre le aziende corrette devono già misurarsi con costi di produzione più alti e margini compressi, aggravati anche dai rincari registrati durante la crisi del gasolio agricolo in condizioni climatiche estreme.
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