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Autosufficienza minata: mancano 880.000 ettari di grano duro

880mila ettari, 56,5% di autoapprovvigionamento, Canada oltre 30% nel 1° semestre 2026: allarme Confagricoltura sul grano duro

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Foto di: OmniTrattore.it
Cristian Furini Cristian Furini

Manca oltre un quinto della superficie necessaria a coprire il fabbisogno nazionale di grano duro. È l'allarme lanciato da Confagricoltura, che stima in circa 880mila ettari il vuoto da colmare per raggiungere l'autosufficienza produttiva. Il tasso di autoapprovvigionamento italiano è sceso dal 78% al 56,5% tra il 2012 e il 2025, mentre le superfici coltivate si sono ridotte del 10% nello stesso periodo.

Il presidente Massimiliano Giansanti ha definito il grano duro "materia prima strategica per una filiera che identifica l'Italia nel mondo", chiedendo misure straordinarie a sostegno del reddito degli agricoltori. La conseguenza immediata riguarda pastifici e molini, che dipendono dall'estero per quasi metà della materia prima lavorata, con il Canada che nel primo semestre 2026 copre oltre il 30% delle importazioni italiane.

Grano duro e autosufficienza italiana

Il dato del 56% di autoapprovvigionamento fotografa una dipendenza strutturale, non un'emergenza congiunturale. Tra il 2020 e il 2026 la produzione nazionale ha oscillato fra 3,6 e 4,1 milioni di tonnellate annue, mentre le importazioni si sono stabilizzate intorno a 2,9-3 milioni di tonnellate: un flusso costante che alimenta l'industria della pasta senza soluzione di continuità.

Grano duro italiano e autosufficienza, cosa indica il 56,5%
La materia prima italiana deve competere con il prodotto importato anche sul terreno della redditività, in un mercato condizionato da costi di produzione e quotazioni internazionali OmniTrattore.it
Foto di: OmniTrattore.it

Nel 2026 la produzione italiana è calata di circa il 9% rispetto all'anno precedente, penalizzata da siccità e caldo estremo, con costi di produzione saliti oltre il 10%. Confagricoltura descrive questa condizione come crisi strutturale, non come una fase difficile di mercato destinata a rientrare da sola con la prossima campagna.

Le stime di CREA, Coceral e Areté collocano comunque la produzione 2026 fra 3,55 e 3,80 milioni di tonnellate, in attesa della conferma ufficiale ISTAT. Anche con rese complessivamente buone in alcune aree, il divario con il fabbisogno nazionale resta ampio e non si colma con un'annata favorevole: servono nuove superfici a cereali nel medio periodo.

Il dato di Confagricoltura sugli 880mila ettari

La cifra di 880mila ettari mancanti nasce dal confronto fra superficie coltivata attuale e quella necessaria a coprire il fabbisogno interno stimato dal Centro Studi di Confagricoltura. È un numero che pesa sulle scelte colturali: riconvertire terreni al grano duro richiede margini economici che oggi, secondo l'organizzazione, non ci sono.

I listini della Commissione Unica Nazionale per il grano duro Nord Italia si collocano fra 245 e 295 euro a tonnellata, quotazioni che Confagricoltura Bologna giudica insufficienti a coprire i costi di produzione. In alcune aree della Lombardia, come riferisce Confagricoltura Pavia, il prezzo scende sotto i 30 euro al quintale, con rese ulteriormente penalizzate da terreni induriti dalla siccità.

"Se produrre grano duro non remunera chi lo coltiva, la filiera nazionale perde base produttiva", avverte Confagricoltura. È il nodo che lega superfici, redditività e organizzazione del lavoro: senza margini adeguati, l'espansione degli ettari coltivati a grano duro resta un obiettivo dichiarato più che una tendenza reale, come confermano i dati riportati anche da Confagricoltura.

Leve possibili su superfici, resa e costi

Sul fronte agronomico, la gestione della siccità resta il fattore che più condiziona rese e qualità del prodotto: tecniche come la minima lavorazione e la semina su sodo permettono di contenere i costi energetici e preservare l'umidità residua nei terreni più esposti a stress idrico.

Sul piano commerciale, la volatilità dei prezzi si intreccia con dinamiche internazionali: nei primi cinque mesi del 2026 le importazioni italiane sono scese a 1,255 milioni di tonnellate, una contrazione del 4,1% in volume che non intacca però la dipendenza strutturale dall'estero. Strumenti come il conto deposito per i cereali restano una delle poche leve concrete per gestire la commercializzazione senza subire i minimi di mercato nei momenti di raccolto.

Resta aperta la questione dei prezzi: dopo il calo registrato negli anni scorsi, con quotazioni che avevano già messo sotto pressione i margini dei cerealicoltori italiani, il 2026 conferma uno scenario in cui produrre grano duro resta, per molte aziende, un'operazione in perdita rispetto ai costi sostenuti.