Vai al contenuto principale

Agricoltura italiana: 16,9% del valore aggiunto Ue nel 2025

Bper Banca, Italia prima in Ue con il 16,9%; 89 miliardi di valore aggiunto, export oltre 72 miliardi, import +10,5%

agricoltura-italiana-16-9-del-valore-aggiunto-ue-nel-2025
Foto di: OmniTrattore.it

Il report di Bper Banca accredita all’Italia il 16,9% del valore aggiunto agricolo Ue nel 2025, davanti a Spagna, Francia e Germania, con una filiera agroalimentare che genera 89 miliardi di euro di valore aggiunto e oltre 72 miliardi di export. Il primato si inserisce in un quadro europeo che mantiene un avanzo commerciale agroalimentare, ma con dinamiche differenziate tra Stati membri e comparti.

Per l’agricoltura italiana questa posizione significa peso negoziale in Europa, capacità di tenuta dell’industria alimentare e spazio per investimenti in terreni, stalle e meccanizzazione. Allo stesso tempo il report segnala che le importazioni agroalimentari sono cresciute del 10,5% nel 2025, a fronte di un export in aumento di circa il 5%, con un saldo commerciale in peggioramento soprattutto in alcuni segmenti sensibili come il biologico, con ricadute dirette sui margini delle aziende agricole e sulle scelte di spesa in macchine, tecnologie e manodopera.

Agricoltura italiana al top in Ue: perché conta il 16,9%
L'agricoltura italiana rappresenta il 16,9% del valore aggiunto agricolo dell'Unione europea secondo il report Bper Banca. OmniTrattore.it
Foto di: OmniTrattore.it

Agricoltura italiana e valore aggiunto Ue

Il 16,9% del valore aggiunto agricolo Ue misura la quota dell’Italia sulla ricchezza generata dall’agricoltura europea, non solo produzione in campo ma anche una parte delle attività connesse lungo la filiera agroalimentare. I dati indicati da Bper Banca dialogano con quelli della Commissione europea, che attribuisce al settore agricolo circa il 2% e all’agroalimentare circa il 15% del prodotto interno lordo nazionale.

Nella quota italiana pesano in modo particolare le filiere ad alto valore come vino, olio di oliva, ortofrutta fresca e trasformata, latte e formaggi, carne trasformata e prodotti a indicazione geografica. Questo spiega perché il contributo al Pil risulti superiore al solo valore delle produzioni primarie e perché, secondo ISTAT, l’Italia si posizioni in testa alla classifica Ue per valore aggiunto agricolo nel periodo di riferimento 2024.

La fotografia europea conferma il ruolo strutturale dell’agricoltura italiana, ma va letta insieme all’andamento più recente dell’economia del settore, che mostra segnali di difficoltà sui margini aziendali e sugli investimenti. Su questo punto incidono la dinamica dei costi, analizzata anche nell’articolo dedicato a come l’economia 2025 vede l’agricoltura arretrare, e le scelte di spesa in mezzi meccanici.

Export agroalimentare italiano e saldo commerciale

Il report Bper Banca colloca l’export agroalimentare italiano oltre i 72 miliardi di euro, con una crescita di circa il 5% su base annua, confermando il ruolo trainante delle esportazioni per il valore aggiunto complessivo. In parallelo, i dati della Commissione europea indicano che nei primi cinque mesi del 2026 l’avanzo commerciale agroalimentare Ue ha raggiunto 19,4 miliardi di euro, con esportazioni cumulative pari a 96,9 miliardi e importazioni a 77,5 miliardi.

Nel caso italiano, però, il saldo commerciale tende a peggiorare, perché le importazioni agroalimentari crescono più rapidamente dell’export. Questo si osserva in modo particolare nel comparto del biologico, dove l’Italia risulta il primo Paese europeo per superfici e produzioni ma anche il terzo importatore Ue di prodotti bio. Il risultato è una pressione competitiva crescente sulle produzioni nazionali, nonostante il primato europeo in termini di valore aggiunto.

Il contesto rientra in un quadro europeo dei mercati agroalimentari monitorato stabilmente dalla Commissione, che attraverso la sezione dati e analisi sui mercati agricoli segue export, import e saldi per comparto. Per le imprese italiane la combinazione tra forte vocazione all’export e maggiore dipendenza da importazioni di materie prime e semilavorati influenza sia i prezzi alla produzione sia la programmazione degli investimenti aziendali.

Perché il primato pesa sulla filiera

Il primato nel valore aggiunto Ue si traduce in un peso specifico elevato dell’agricoltura e dell’agroalimentare sull’economia nazionale, confermato dalla stima europea di circa il 15% del Pil attribuito alla filiera. Questo si riflette sul credito agrario, sulle politiche agroindustriali e sulla capacità di tenuta dell’occupazione, con effetti diretti sulle aziende che investono in meccanizzazione, strutture e tecnologie digitali.

La centralità economica della filiera emerge anche dai numeri dell’industria alimentare, con produzione in crescita dello 0,7% nel primo trimestre 2026 a fronte di un fatturato in lieve calo. In uno scenario di margini compressi, l’attenzione agli investimenti in meccanizzazione e alle retribuzioni del lavoro agricolo diventa decisiva per mantenere competitività, soprattutto nelle aziende ad alta intensità di capitale e nelle realtà contoterziste.

Il quadro spinge anche la diffusione di soluzioni di agricoltura 4.0: secondo il report Bper Banca, il mercato italiano dell’agricoltura 4.0 è tornato a crescere nel 2025, raggiungendo 2,5 miliardi di euro, pari a un aumento di circa il 9% rispetto all’anno precedente. Tecnologie di precisione e sistemi di gestione dati consentono di ottimizzare input, ridurre i costi variabili e migliorare il controllo economico dell’azienda. In questo senso, le analisi sui mercati dei mezzi, come il mercato trattori 2025-2026 in Italia e il ruolo operativo dell’agricoltura 4.0, aiutano a leggere come il primato nel valore aggiunto europeo si traduca in scelte concrete su macchine, tecnologie e organizzazione del lavoro nelle aziende agricole italiane.