Hormuz blocca mele e kiwi: 150 milioni di export a rischio
Navi ferme nel Golfo Persico con mele e kiwi italiani a bordo. Disdette dai Paesi arabi: a rischio 150 milioni di export ortofrutticolo
Hormuz blocca mele e kiwi e sono 150 milioni di export a rischio
Ci sono tonnellate di mele italiane ferme su navi nel Golfo Persico, che non possono arrivare a destinazione. Prodotto altamente deperibile, raccolto, refrigerato, caricato nei container e spedito verso i mercati arabi con settimane di anticipo: adesso quella frutta sta invecchiando in mezzo al mare, in attesa di una riapertura delle rotte che non si sa quando arriverà.
La crisi dello Stretto di Hormuz ha colpito l'agricoltura italiana in modo diretto e immediato, e il conto sta già arrivando.
Quasi la metà della campagna delle mele italiane deve ancora essere venduta: il blocco delle rotte attraverso lo Stretto di Hormuz congela 150 milioni di euro di export ortofrutticolo verso i Paesi arabi proprio nel momento di maggiore intensità commerciale della stagione
I numeri di un export costruito in anni di lavoro
Per capire la portata del problema bisogna partire dai numeri. L'Italia è il secondo produttore europeo di mele dopo la Polonia e il secondo Paese al mondo per export, con 945.000 tonnellate vendute ogni anno — il 12,2% del totale mondiale. Una posizione conquistata in decenni di lavoro sulla qualità, sulla logistica e sulla costruzione di relazioni commerciali stabili con mercati lontani.
Verso i Paesi arabi, l'Italia esporta ogni anno circa 150 milioni di euro di ortofrutta: 130 milioni riguardano le mele, il resto kiwi e in misura minore uva da tavola. Il principale acquirente è l'Arabia Saudita — terzo mercato di sbocco assoluto per l'ortofrutta italiana, dopo Germania e Spagna, con circa 70 milioni di euro — seguita da Israele e dagli Emirati Arabi. L'intero Medio Oriente vale oltre 151 milioni di euro: una piazza che non si sostituisce in pochi giorni.
Il momento peggiore: metà prodotto ancora da vendere
La crisi arriva in un momento particolarmente delicato del calendario commerciale.
Quasi la metà del prodotto è già stata raccolta e deve ancora essere venduta,
sottolinea Michele Ponso, presidente della Federazione ortofrutticola di Confagricoltura, che è stata la prima a lanciare l'allarme.
Le mele raccolte in autunno vengono conservate in celle frigorifere e distribuite sui mercati internazionali nel corso dei mesi successivi: il picco delle spedizioni verso il Medio Oriente si concentra proprio tra gennaio e marzo. Bloccare quelle rotte adesso significa bloccare una parte rilevante della campagna commerciale proprio nel momento di maggiore intensità.
Container già imbarcati con mele e kiwi italiani fermi in mare nel Golfo Persico: ogni giorno di ritardo per un prodotto deperibile è valore perso che non si recupera. Le rotte alternative che circumnavigano l'Africa allungano i tempi di settimane e moltiplicano i costi logistici
Le disdette non sono ancora una previsione: stanno già arrivando. «Sono già arrivate moltissime disdette di ordini per le prossime settimane», conferma Ponso. Ordini che in molti casi erano stati concordati mesi fa, con prezzi definiti e logistica pianificata.
Container in mare, prodotto che perde valore ora per ora
Il danno non riguarda solo gli ordini futuri: c'è un danno immediato e concreto per il prodotto già in viaggio.
Il danno economico è determinato dalla perdita di valore del prodotto oltre all'elevato costo della logistica, ha dichiarato Cristian Maretti, presidente di Legacoop Agroalimentare al Sole 24 Ore. Container già imbarcati e in transito che non possono raggiungere le destinazioni nei tempi previsti: ogni giorno di ritardo per un prodotto deperibile come mele e kiwi è un giorno di valore perso, che non si recupera.
A complicare ulteriormente il quadro, le rotte alternative obbligate — che circumnavigano l'Africa invece di passare per Hormuz — allungano i tempi di navigazione di settimane e aumentano significativamente i costi.
Il blocco o il rallentamento delle rotte attraverso il Golfo costringe le navi a percorsi più lunghi e costosi, con il rischio di perdere fette di mercato faticosamente conquistate a favore di competitor geograficamente avvantaggiati, avverte Maretti.
Quei competitor sono principalmente Cina, Turchia e Sudafrica: Paesi produttori di mele che non dipendono dalle stesse rotte marittime e che possono rifornire i mercati arabi senza interruzioni. Ogni settimana di blocco è un'opportunità che passa ad altri, e nel mondo degli acquisti agroalimentari i rapporti commerciali non si ricostruiscono facilmente una volta persi.
La IV gamma e i voli cancellati
La crisi non colpisce solo le mele. Un settore che stava crescendo con risultati incoraggianti sui mercati arabi — le insalate lavate e confezionate, la cosiddetta IV gamma — si trova in difficoltà per una ragione diversa ma ugualmente bloccante: quei prodotti raggiungono i mercati del Golfo via aerea, non via mare. E gli aerei civili hanno smesso di volare sulla regione.
L'Arabia Saudita è il terzo mercato di sbocco assoluto per l'ortofrutta italiana, con 70 milioni di euro l'anno. Competitor come Cina, Turchia e Sudafrica non dipendono dalle stesse rotte e possono continuare a rifornire quei mercati senza interruzioni: ogni settimana di blocco è un'opportunità che passa ad altri
Gli ordini verso Dubai sono stati annullati perché non ci sono aerei disponibili, confermano da Confagricoltura. Un mercato che richiedeva frequenze di rifornimento settimanali si è semplicemente fermato.
Ennesima lezione che il settore non può ignorare
La crisi di Hormuz mette in luce una vulnerabilità strutturale che il settore ortofrutticolo italiano conosce ma tende a sottovalutare nei momenti di normalità: la dipendenza da singole rotte di trasporto per mercati che valgono decine di milioni di euro.
Diversificare i mercati di destinazione, costruire relazioni commerciali in aree geograficamente meno esposte a crisi geopolitiche, investire in logistica alternativa: sono tutte strategie che richiedono tempo e risorse nei periodi tranquilli, ma che si rivelano decisive quando arriva l'emergenza.
La sicurezza alimentare non può essere data per scontata, ha detto Maretti.
Bisogna pianificare riserve strategiche alimentari che mettano al riparo le filiere e i consumatori dai ricatti dei mercati energetici e dalle interruzioni delle catene di approvvigionamento globali.
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