La coltivazione della quinoa è la dimostrazione che non sempre la coltivazione di colture “alternative” si rivela una scelta vincente. È proprio il caso della quinoa, che pur riscontrando successo tra i consumatori italiani, dal punto di vista produttivo si è spesso rivelata un grande flop.

Almeno tre i punti deboli: difficoltà della pianta ad adattarsi ai nostri climi, inesistenza di una filiera in grado di commercializzare il prodotto non bio e, infine, il ragionevole dubbio: è giusto introdurre colture esotiche in Italia?

Quinoa: che fine ha fatto?

Quinoa: le potenzialità agronomiche... e non

La questione quinoa è complessa, dunque è bene procedere con ordine e per punti, altrimenti si rischia di non comporre in maniera corretta lo scenario.

Per prima cosa, va detto, troppo spesso si instaurano, tra i consumatori, mode alimentari sensate e non. Prodotti che nulla centrano con le nostre latitudini, magicamente diventano la panacea di tutti i mali.

È il caso della quinoa, diventata negli ultimi anni il simbolo del vivere bene, del mangiare sano - in effetti nulla si obietta circa le sue proprietà nutrizionali - dell’ecologicamente corretto. Ma siamo sicuri che sia veramente così?

Quinoa: che fine ha fatto?

Il secondo punto: agli agricoltori è stato inculcato, soprattutto negli ultimi anni, il cambiamento: devono andare dove va il mercato. Giusto, giustissimo, ma ci devono essere i presupposti - soprattutto agronomici - per farlo.

Terzo punto. L’Europa chiede a gran voce un’agricoltura sempre green (altrimenti addio premi!). La domanda, quindi, sorge spontanea: da un punto di vista strettamente ambientale, è corretto introdurre specie esotiche (se pur coltivate con il metodo biologico)? Il rischio è già purtroppo noto: patogeni mai visti prima potrebbero mettere a dura prova i campi nostrani.

Quinoa: che fine ha fatto?

E visto che si è accennato al bio, veniamo al quarto punto: poiché la quinoa ha non pochi problemi ad adattarsi ai nostri climi, coltivarla con metodo biologico è una lotta impari. Ma, se si decide di tentare l’avventura facendo ricorso ai metodi convenzionali, il flop è garantito: la quinoa piace solo se bio, il mercato della quinoa convenzionale è (oggi) inesistente.

Un non cereale

Colpo di scena: la quinoa non è un cereale. Sebbene sia nota come chisaya mama, la madre di tutti i cereali, in realtà, nonostante l’ingannevole aspetto - chicchi piccoli e tondi - rientra nella famiglia delle Chenopodiaceae, al pari degli spinaci. Ma, come avviene per i cereali, i semi si possono macinare per ottenere una farina panificabile.

Quinoa: che fine ha fatto?

Per quanto riguarda le esigenze in campo, la quinoa preferisce un terreno ben drenato, meglio se leggermente sabbioso, con un pH compreso tra 6 e 8,5. In Venezuela, in Perù e negli altri Paesi dell’America Latina dove la coltivazione della quinoa è un must, la semina è a spaglio, solo raramente viene utilizzata la semina meccanica.

La semina va effettuata quando il terreno ha una temperatura che oscilla tra un minimo di 10°C fino a un massimo di 18-20°C. I semi germinano dopo 24 ore dalla semina e la piantina emerge dal terreno dopo circa una settimana. La quinoa cresce meglio dove le temperature diurne non superano i 32° e quelle notturne non scendono mai sotto i 4°C; la germinazione è facilitata con temperature comprese tra 18 – 24°C.

Quanto alla raccolta, le macchine nei paesi di origine sono bandite: si raccoglie a mano, seguendo l’andamento dei semi, che possono maturare con tempi differenti.
In Italia la semina è preferibilmente primaverile e precoce (Marzo – Aprile), in righe distanti 15-50 centimetri con una dose di seme di 8-22 kg/ha, interrato a 1-3 centimetri di profondità. La raccolta avviene a fine estate in funzione della varietà, utilizzando una comune mietitrebbia appositamente regolata.

Quinoa: che fine ha fatto?

Dopo il raccolto seguirà l’essiccazione della pianta e la trebbiatura. Per quanto attiene le rese, nei habitat naturali la quinoa produce 170 – 200 chilogrammi per ettaro, ma questi dati non possono essere traslati in Italia.

Perché, come si è visto, le temperature giocano un ruolo fondamentale e perché, come si diceva, chi in Italia decide di coltivare quinoa deve farlo - per avere risposta dal mercato - con il metodo biologico. È chiaro che le cose si complicano. Gli agricoltori italiani che hanno tentato l’avventura segnalano un problema su tutti: i temporali estivi. A quelli - pare - la quinoa proprio non resiste, diventa nera e non matura. Un disastro.

Perché piace al consumatore

Perchè la Quinoa ha avuto successo? Vitamine  - soprattutto B ed E - e minerali - ferro, magnesio, calcio e fosforo - sono solo due degli aspetti che fanno della quinoa un elemento dall’alto contenuto nutrizionale. I carboidrati - circa il 60-70% - sono per lo più amido - mentre le proteine - circa il 12-18% - sono tutte di alta qualità: riescono a soddisfare per il 90 per cento il fabbisogno di amminoacidi negli adulti.

Quinoa: che fine ha fatto?

Anche il contenuto lipidico è notevole: è compreso tra il 4,1 e l’8,8%. Da tutto ciò consegue che la quinoa è un alimento indicato sia per i diabetici, sia per i celiaci, data l’assenza di glutine. Si aggiunga l’alto contenuto di fibre ed ecco spiegato il successo tra i consumatori.

Le criticità in Italia: non sono poche

Coltivare quinoa in Italia non è semplice e a dirlo sono anche le sperimentazioni in atto, che hanno portato a questi (poco incoraggianti) risultati. I genotipi provenienti direttamente da Colombia, Perù e Bolivia sono poco (o per nulla) adatti alle condizioni pedo-climatiche italiane; per la difesa da parassiti e malerbe è ancora tutto da inventare: allo stato attuale non c’è nessun agrofarmaco ammesso.

Quinoa: che fine ha fatto?

Anche per quanto riguarda la meccanica siamo ancora in alto mare: occorre lavorare sull’allestimento di appositi cantieri meccanici adatti alla produzione in pieno campo (semina, diserbo). In post-raccolta, è necessario individuare le soluzioni tecnologiche per un’efficiente pulitura della granella e per la riduzione del tenore in saponine e poi, come già anticipato, occorre capire meglio il discorso di filiera: si rischia di non trovare il giusto canale.

Un’ultima chanche?

Se proprio non ci si vuole arrendere, allora un’ultima possibilità per la quinoa c’è: la rusticità della specie e le basse esigenze nutrizionali e idriche, la rendono adatta alle zone collinari. Dunque non occorre smantellare risaie, basta farlo negli ambienti marginali, in zone non irrigue.

Quinoa: che fine ha fatto?

Ricordiamo che resiste (tanto) alla siccità, ma che proprio non sopporta l’acqua (quando è tanta). Pertanto, Meglio fingere di ignorare le bombe d’acqua degli ultimi tempi.