Raccolto record,agricoltori in perdita: il paradosso del grano
66% in più, 21.900 tonnellate, margini sotto costo: Promosagri avverte, Basilicata a 240-260 euro, Cia ad ANSA.
Il grano duro raccolto nella cooperativa ravennate cresce del 66% rispetto al 2025, con quasi 21.900 tonnellate portate a casa e rese salite da 4,92 a 6,36 tonnellate per ettaro. Ma quel raccolto abbondante non basta a chiudere in positivo i bilanci aziendali, perché il grano tenero viene pagato tra 225 e 251 euro a tonnellata a fronte di costi medi di produzione di 232,5 euro: il margine, quando c'è, è minimo.
Sul grano duro la forbice è ancora più stretta: le quotazioni ravennati oscillano tra 270 e 300 euro a tonnellata, mentre in Basilicata la Cia denuncia pagamenti tra 240 e 260 euro contro costi di produzione stimati a 302 euro, come riportato da ANSA il 24 agosto 2026. Il paradosso è evidente: più prodotto non significa automaticamente più reddito per chi lo coltiva.
Grano: come nasce il prezzo lungo la filiera
Il prezzo che arriva in cascina non nasce da un solo fattore. Sui listini pesano le quotazioni delle borse merci e della Commissione Unica Nazionale, operativa per il grano duro dal 16 gennaio 2026, ma anche le tensioni internazionali: i blocchi ai porti del Mar Nero hanno fatto impennare i listini globali, mentre in Italia i futures sul grano sono saliti del 14,4% ad agosto, superando i massimi dal febbraio 2023, secondo quanto riferito da ANSA il 25 agosto 2026.
Questa trasmissione dei prezzi internazionali arriva però solo in parte al produttore. La domanda dell'industria molitoria italiana di grano duro si attesta intorno a 6 milioni di tonnellate l'anno, con un deficit strutturale di circa 2 milioni di tonnellate: il Paese copre solo il 65% del proprio fabbisogno. Chi decide di ottimizzare la gestione dei prezzi del grano duro nel 2026 deve tenere conto di questo squilibrio strutturale, che dovrebbe in teoria sostenere le quotazioni interne.
Tra la produzione agricola e lo scaffale il valore si moltiplica senza tornare a chi coltiva. Nel 2023 il reddito operativo della fase agricola è stato negativo, pari a -0,12 euro al chilogrammo, mentre il prezzo medio al dettaglio della pasta si fermava a 1,73 euro al chilogrammo, con costi agricoli pari a soli 0,62 euro. La distanza tra campo e banco del supermercato racconta dove si concentra il valore aggiunto lungo la filiera.
Raccolto più abbondante, margini ancora compressi
La superficie coltivata a grano nella cooperativa ravennate è salita da 2.672 a 3.441 ettari, un incremento che ha permesso di intercettare condizioni climatiche favorevoli e rese più alte. Come sottolinea Stefano Patrizi, presidente di Promosagri, "una buona resa migliora il volume vendibile, ma se il prezzo unitario resta troppo basso il reddito aziendale può comunque rimanere insufficiente".
La qualità del prodotto resta la leva più concreta su cui l'azienda agricola può intervenire per spuntare quotazioni migliori, insieme ai tempi di consegna e alla scelta del canale commerciale. Chi valuta di rivedere le proprie tecniche colturali può confrontare i vantaggi della minima lavorazione e semina su sodo per il grano duro, tecniche che incidono sui costi fissi senza compromettere le rese.
Sul fronte finanziario, la volatilità dei prezzi tra un raccolto e la vendita spinge sempre più aziende a valutare strumenti di gestione del rischio. Chi vuole svincolare la vendita dal picco di raccolta può informarsi sulle regole del conto deposito per i cereali, mentre chi gestisce anche la componente zootecnica dell'azienda trova spunti utili nelle strategie sui costi dei mangimi per il 2026.
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