Grano duro 2026: prezzi sotto i costi, gli agricoltori cedono
Grano duro a 270-300 euro/t e costi a 1.170 euro/ha: la mietitura 2026 è in perdita. CUN, Coldiretti in piazza e filiere a rischio.
Grano duro 2026: la mietitura parte in perdita — prezzi CUN sotto i costi ISMEA, Coldiretti in piazza e filiera a rischio
È giugno, e nelle campagne del Centro-Sud Italia le mietitrebbie stanno lavorando. Ma quest'anno i cerealicoltori le guardano girare con un'amarezza che va oltre le difficoltà stagionali: i conti non tornano. Non tornano al momento della raccolta, non tornavano prima della semina, e le previsioni dicono che non torneranno nemmeno dopo la vendita. Il grano duro italiano entra nella campagna commerciale 2026 con prezzi di mercato sistematicamente al di sotto dei costi di produzione certificati da ISMEA, e la situazione è abbastanza grave da aver portato Coldiretti nelle piazze di mezza Italia il 10 giugno scorso.
I numeri: quanto vale il grano duro a giugno 2026
La Commissione Unica Nazionale (CUN) Grano Duro, istituita il 16 gennaio 2026 con decreto interministeriale MASAF-MIMIT, ha pubblicato il suo decimo listino il 9 giugno con quotazioni invariate rispetto alla settimana precedente: il grano duro fino del Nord quota 272,50 euro per tonnellata, quello del Centro 290,50 euro per tonnellata, mentre ad Altamura il fino nazionale vale 275,50 euro per tonnellata. Per il Sud le quotazioni sono sospese.
L'ultimo listino utile della CUN per un grano duro proteico con almeno il 14% di proteine, datato 25 maggio, indica un valore massimo di 300 euro per tonnellata. Sulla base della resa media calcolata da ISMEA per la campagna commerciale 2025-2026, questo genera una produzione lorda vendibile di 1.104 euro per ettaro, contro costi di produzione stimati da ISMEA a 1.170,30 euro per ettaro. Il saldo è negativo di almeno 66 euro per ettaro per chi vende al prezzo massimo con grano di qualità industriale superiore. Per chi vende a qualità inferiore o in areali dove i prezzi sono ulteriormente compressi, la perdita è ben più pesante. DJI Store
Per mettere in prospettiva l'entità del crollo: dal 1° agosto 2023, quando il frumento duro aveva raggiunto quotazioni di 465-480 euro per tonnellata sulla piazza di Napoli, al giugno 2026 si registrano perdite pari a 145 euro per tonnellata sui minimi. In poco meno di tre anni, il prezzo di un prodotto che costa sempre di più da coltivare si è quasi dimezzato. AgroNotizie
Andamento delle quotazioni del grano duro italiano dalla campagna 2023 a giugno 2026: dal picco di agosto 2023 (465-480 euro/t a Napoli) al dato CUN di giugno 2026 (270-300 euro/t a seconda dell'area e della qualità). Una perdita di valore di circa 145-160 euro per tonnellata in tre anni, mentre i costi di produzione ISMEA sono saliti a 1.170 euro per ettaro.
La CUN: lo strumento nuovo che non cambia i prezzi
La CUN Grano Duro è stata istituita con Decreto Direttoriale n. 20417 del 16 gennaio 2026, firmato congiuntamente da MASAF e MIMIT. Ha il compito di formulare settimanalmente i prezzi indicativi di riferimento nazionale per il frumento duro di produzione italiana, sostituendo la funzione svolta in modo frammentato dalle singole borse merci locali. AgroNotizie
L'idea alla base era giusta: uniformare i prezzi di riferimento, dare trasparenza al mercato e ridurre le distorsioni locali. Ma la CUN ha un limite strutturale che gli agricoltori hanno capito rapidamente: la CUN non fissa prezzi amministrati né prezzi minimi garantiti. I suoi prezzi sono indicativi, utilizzabili come riferimento per contratti e trattative commerciali, ma non vincolanti per le parti. AgroNotizie
Il Decreto Legislativo 198/2021 vieta la vendita delle derrate e delle materie prime agricole al di sotto dei costi di produzione, recependo la Direttiva UE 2019/633 in materia di pratiche commerciali sleali. Ma secondo gli agricoltori questa norma è rimasta lettera morta, lasciando così lettera morta anche la ratio stessa della CUN. DJI Store
Il prezzo della CUN è anche il riferimento per i contratti di filiera a cui agganciare i contributi pubblici, appena raddoppiati a 40 milioni di euro per il 2026. Un incentivo reale, ma che non risolve il problema di fondo: i 40 milioni sono destinati a chi stipula contratti di filiera, non a tutti i 136.000 cerealicoltori italiani. University of Bari
Andamento delle quotazioni del grano duro italiano dalla campagna 2023 a giugno 2026: dal picco di agosto 2023 (465-480 euro/t a Napoli) al dato CUN di giugno 2026 (270-300 euro/t a seconda dell'area e della qualità). Una perdita di valore di circa 145-160 euro per tonnellata in tre anni, mentre i costi di produzione ISMEA sono saliti a 1.170 euro per ettaro.
La struttura del problema: piccoli, frammentati, senza potere
Per capire perché il mercato del grano duro italiano sia così difficile da difendere, bisogna guardare la struttura produttiva. Si stimano 136.041 aziende agricole impegnate nella coltivazione del frumento duro, di cui il 95,8% con una superficie agricola utilizzata inferiore ai 30 ettari. Il Sud Italia concentra il 71,5% della produzione nazionale, pari a 2,593 milioni di tonnellate. CREA
Un'azienda da 20 ettari vende al massimo 80-100 tonnellate di grano all'anno. Contro una grande multinazionale del trading cerealicolo o un pastificio industriale con contratti annuali da decine di migliaia di tonnellate, il potere negoziale è prossimo allo zero. La CUN aiuta a misurare il mercato, ma non a equilibrarlo.
Crescono le importazioni da Canada (+84,9%), Spagna (+454,8%) e Australia (+185,3%), mentre calano quelle da Francia (-34%), Turchia (-46,6%) e Kazakistan (-38,9%). Il Canada in particolare — primo esportatore mondiale di grano duro — rifornisce l'industria pastificatoria italiana a prezzi che i produttori locali non riescono a raggiungere, anche perché il grano canadese può essere trattato con il glifosato in pre-raccolta, pratica vietata in Europa ma che abbatte i costi e aumenta la resa. CREA
Coldiretti e CIA in piazza: cosa chiedono gli agricoltori
Il 10 giugno 2026 Coldiretti ha manifestato in molte città italiane, a cominciare da Napoli, con mobilitazioni anche a Bari e Ravenna nei giorni successivi, insieme a CIA Agricoltori Italiani. Le richieste convergono su tre punti: applicare davvero il divieto di vendita sotto i costi di produzione già previsto dal D.Lgs. 198/2021; escludere dalla CUN i commissari in conflitto di interessi; applicare il principio di reciprocità sulle importazioni di grano trattato con glifosato in pre-raccolta. DJI Store
Sullo sfondo c'è una questione più profonda che riguarda la coerenza della politica agricola europea: l'Italia impone agli agricoltori standard produttivi tra i più stringenti al mondo in materia di uso dei fitofarmaci, residui e tracciabilità, poi consente l'importazione di materia prima prodotta con pratiche vietate in UE. Il risultato è uno svantaggio competitivo strutturale che nessuna CUN può correggere da sola.
Costi di produzione: dove va a finire il denaro di un cerealicoltore
Il costo medio per coltivare un ettaro di grano duro in Italia oscilla tra 1.170 e 1.390 euro, a causa di sementi più costose e rese variabili rispetto al grano tenero. Le voci principali si dividono in mezzi tecnici (400-500 euro: sementi certificate, concimi azotati, fitosanitari per diserbo e controllo malattie fungine) e lavorazioni e carburante (300-400 euro: aratura, semina, rullatura e trattamenti). AgroNotizie
A questo si aggiungono le quote di ammortamento dei macchinari e — nelle aziende che lavorano in conto terzi — il costo dei servizi meccanici. La resa per ettaro varia tra 3,5 tonnellate al Sud e 6-8 tonnellate nelle zone più fertili del Nord. I contributi PAC possono coprire tra i 100 e i 300 euro per ettaro, migliorando il bilancio complessivo. Ma anche con il massimo dei contributi PAC, a 270-290 euro per tonnellata di prezzo di mercato e con rese da 3,5-4 t/ha tipiche del Mezzogiorno, i conti non tornano. AgroNotizie
Come ha sintetizzato un'imprenditrice agricola della Capitanata: «Negli anni Ottanta per una tazzina di caffè al bar bastava un chilo di grano. Oggi ce ne vogliono sei». Il potere d'acquisto del grano duro, in rapporto al costo della vita reale, non è mai stato così basso.
n'azienda cerealicola meridionale da 50 ettari a grano duro, campagna 2026: ricavi lordi stimati (50 ha × 3,6 t/ha × 280 €/t = 50.400 €) + contributi PAC stimati (50 ha × 200 €/ha = 10.000 €) = 60.400 € totali. Costi di produzione ISMEA (50 ha × 1.170 €/ha = 58.500 €) + quote ammortamento macchinari (stima 5.000 €) = 63.500 €. Risultato: -3.100 € anche in un'annata nella media. (Elaborazione Omnitrattore su dati ISMEA/CUN giugno 2026)
Cosa si può fare: filiere, contratti e agrivoltaico
Aspettare che i prezzi di mercato salgano da soli è una strategia poco praticabile. Le strade percorribili a breve termine per i cerealicoltori italiani sono essenzialmente tre.
La prima è la partecipazione ai contratti di filiera agganciati alla CUN, che garantiscono un prezzo concordato prima della semina e danno accesso ai 40 milioni di euro di contributi pubblici appena raddoppiati. Non risolvono il problema di fondo, ma danno certezza sul ricavo.
La seconda è la riduzione del costo per ettaro attraverso l'ottimizzazione dei cantieri di lavoro — lavorazioni minime, semina di precisione, utilizzo più efficiente delle macchine — che su aziende organizzate può abbattere i costi variabili del 15-20%.
La terza è la diversificazione: l'integrazione di colture da reddito in rotazione con il grano duro, o — dove le condizioni lo permettono — l'agrivoltaico, che genera entrate aggiuntive sullo stesso terreno senza comprometterne la coltivabilità.
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