Po in secca a giugno 2026: mais e pomodoro a rischio
Po in secca a giugno 2026: mais e pomodoro a rischio. Dopo mesi di piogge, la crisi al Nord è uno scandalo infrastrutturale
Il Po perde il 60% della portata in dieci giorni.
È il 23 giugno 2026. Il secondo giorno d'estate ha portato dodici città italiane con bollino rosso del Ministero della Salute, temperature record da Milano a Roma, e un Po che a Pontelagoscuro, nel Ferrarese, scorre a poco più di 300 metri cubi al secondo. Dieci giorni fa ne scorrevano oltre mille. Una perdita del 60% della portata in meno di due settimane, con il livello idrometrico che nel tratto cremonese segna -8 metri sotto lo zero.
Il punto che rende questa situazione particolarmente difficile da accettare è uno solo: nei mesi scorsi è piovuto. Non poco — tanto. In Piemonte, l'Arpa registra un deficit di precipitazioni del 44% nell'ultimo mese, ma quello che brucia è che l'anno idrologico 2025-2026 era partito con precipitazioni superiori alla media. Tra novembre 2025 e aprile 2026, una serie di cicloni mediterranei aveva riportato le riserve idriche del Sud a livelli elevati. Il problema è che tutta quell'acqua è andata in mare. E ora, quando serve, non c'è più.
I dati: il Po torna torrente
A preoccupare è soprattutto la velocità con cui il Grande Fiume è passato, in pochi giorni, da oltre 1.000 a meno di 350 metri cubi al secondo a Pontelagoscuro, scendendo ben al di sotto della soglia considerata critica per il funzionamento delle barriere antisale nel Delta. Terra e Vita
Il livello idrometrico va dai -3,4 metri del Ponte della Becca (Pavia) ai -6,7 metri di Pontelagoscuro (Ferrara) fino ai -8 metri di Cremona, facendo salire l'allarme in un'area dove nasce quasi un terzo dell'agroalimentare made in Italy e si concentra circa la metà dell'allevamento nazionale.
Nell'aggiornamento del 18 giugno, l'Autorità di bacino distrettuale del fiume Po ha segnalato che le portate risultano sotto media in tutte le principali sezioni del fiume e che, nel caso di Cremona, l'indice standardizzato degli ultimi 30 giorni individua una condizione di siccità severa.
Il livello idrometrico del Po segna -8 metri rispetto allo zero idrometrico, con una portata di poco superiore ai 300 mc/s contro una media storica di circa 900 mc/s in questo periodo dell'anno
Mais, pomodoro, riso: le colture sotto pressione
La situazione più difficile si registra nel Cremonese dove il livello del fiume si è fortemente abbassato e gli impianti per l'irrigazione che pescano acqua direttamente dal Po stanno già avendo difficoltà. A rischio ci sono soprattutto pomodoro e mais, così come nel Bergamasco.
Non è solo una questione di disponibilità: è anche di calendario. Il mais è in campo in piena fase di accrescimento vegetativo — le prossime quattro settimane sono quelle in cui la coltura assorbe la maggior parte dell'acqua dell'intera stagione. Il pomodoro da industria è in fioritura e allegagione. Il riso, concentrato nelle province di Vercelli, Novara e Pavia, dipende dall'acqua del Po per mantenere la sommersione dei risoni.
In alcune aree del Veneto sono già iniziate le irrigazioni del mais con diverse settimane di anticipo rispetto alla norma, con un aggravio dei costi per le aziende agricole dovuto all'utilizzo anticipato di mezzi e impianti alimentati a gasolio. Più ore motore, più carburante, più usura delle pompe — tutto questo in un momento in cui i margini delle aziende cerealicole sono già ai minimi storici per il crollo del prezzo del grano.
Nel Delta del Po è stato sospeso il servizio irriguo e gli esperti temono ripercussioni non solo sull'agricoltura ma, nelle prossime settimane, anche sugli approvvigionamenti idropotabili. Con l'acqua del mare risalita per 10 chilometri nell'entroterra, il Consorzio di bonifica Delta del Po ha dovuto chiudere alcune derivazioni destinate all'agricoltura per evitare la distribuzione di acqua salata sui campi.
Le pompe a presa diretta sul Po stanno già incontrando difficoltà operative per i bassi livelli idrometrici del fiume. Le irrigazioni sono iniziate con 2-3 settimane di anticipo rispetto alla norma, con costi operativi aggiuntivi stimati tra i 30 e i 50 euro per ettaro per il maggiore consumo di gasolio e l'usura anticipata degli impianti
Il paradosso: era piovuto tanto, ma l'acqua è andata tutta in mare
Questo è il punto che rende la crisi idrica di giugno 2026 qualcosa di diverso — e di più grave — rispetto alle emergenze degli anni precedenti. Non si può parlare di una siccità causata da scarse precipitazioni in senso assoluto. Si può parlare di un Paese che ha perso decine di miliardi di metri cubi di pioggia perché non aveva dove metterli.
Senza un sistema di invasi distribuiti sul territorio e lungo i bacini dei fiumi principali, l'acqua piovana, pur abbondante ad inizio giugno, è già defluita in mare.
Nei mesi scorsi abbiamo disperso un importante patrimonio idrico che avrebbe garantito più sicurezza ai territori. È urgente avviare il piano invasi multifunzionali». Nel solo Veneto, nel primo bimestre del 2026, la quantità di acqua dispersa è stimabile in poco meno di un miliardo di metri cubi.
Anche quest'anno pagheremo l'imprevidenza di un paese che continua a disperdere miliardi di metri cubi d'acqua. Piano invasi multifunzionali ed efficientamento idraulico devono diventare priorità.
Il problema non è climatico nel senso stretto: è infrastrutturale. L'Italia soffre di una rete di distribuzione obsoleta: oltre il 40% dell'acqua immessa negli acquedotti va persa a causa di condotte vecchie o danneggiate. A questo si aggiunge una scarsa capacità di raccolta della pioggia attraverso invasi e laghetti artificiali.
L'Italia idrica rovesciata: il Sud ha l'acqua, il Nord no
I Sud diventa la cassaforte idrica d'Italia mentre al nord i fiumi dimezzano le portate e i grandi laghi trattengono l'anticipato scioglimento delle nevi.
È un ribaltamento storico. Per oltre due anni, fino a dicembre 2025, era il Sud a vivere la condizione di emergenza, con la Sicilia in stato di crisi idrica prolungata. Una serie di cicloni mediterranei nei primi quattro mesi del 2026 ha riportato le riserve meridionali a livelli elevati — gli invasi siciliani sono oltre l'80% di riempimento, il bacino del Liscione in Molise è pieno. Ma al Nord la situazione è capovolta.
In Lombardia, lo scarso apporto nivale condiziona lo stato delle riserve idriche, che risultano inferiori del 40,8% rispetto alla media: nel bacino Adda-Mera-Lario, il deficit idrico è del 53,6%. In Veneto i principali fiumi sono tutti sotto media: Brenta al 40% dei flussi medi, Livenza al 39%, Piave al 37%, Bacchiglione al 33%.
La causa strutturale è la scomparsa dei ghiacciai alpini. La progressiva scomparsa dei ghiacciai sta riducendo quella funzione di "serbatoio naturale" che garantiva un rilascio costante di acqua durante la stagione estiva. Quello che le Alpi non possono più fornire — acqua rilasciata gradualmente durante l'estate — avrebbe dovuto essere compensato da invasi artificiali. Che non ci sono.
secondo i dati ARPA Lombardia, il deficit dello Snow Water Equivalent nel bacino Adda-Mera-Lario ha raggiunto il 53,6% rispetto alla media storica. La scomparsa progressiva dei ghiacciai alpini elimina la funzione di "serbatoio naturale" che garantiva apporti idrici costanti ai fiumi padani durante l'estate — funzione non sostituibile senza un sistema di invasi artificiali distribuiti.
La cabina di regia e il Piano invasi: le risposte ancora mancanti
ANBI Piemonte ha chiesto alla Regione l'attivazione di una cabina di regia che coinvolga tutti i soggetti competenti nella gestione delle acque, per monitorare l'evoluzione della stagione irrigua e coordinare le iniziative necessarie. In Piemonte la Regione ha riattivato l'Osservatorio regionale sull'emergenza idrica.
Ma la cabina di regia è una risposta all'emergenza. Quello che manca è la risposta strutturale: il Piano nazionale degli invasi multifunzionali, proposto da ANBI e Coldiretti da anni, che prevede una rete di bacini senza cemento capaci di raccogliere l'acqua quando piove e rilasciarla quando serve, con doppia funzione irrigua e idroelettrica. Si tratta di un intervento immediatamente realizzabile, finalizzato a raccogliere e conservare le acque piovane durante tutto l'anno, aumentando la disponibilità della risorsa idrica nei periodi di scarsità, senza il ricorso al cemento.
Il piano esiste sulla carta da anni. Non è stato avviato. I fiumi italiani «hanno ormai un regime torrentizio, che deve essere considerato nel determinare i parametri del Deflusso Ecologico, evitando così di penalizzare l'equilibrio ecosistemico dei nostri territori e della loro economia agricola.
È una richiesta precisa anche all'Europa: i criteri sul Deflusso Ecologico stabiliti a livello UE — che impongono una portata minima nei fiumi per la tutela degli ecosistemi — sono stati calibrati su un regime idrologico che non esiste più. Applicarli rigidamente oggi significa togliere acqua all'irrigazione in un momento in cui i fiumi sono già a secco.
Cosa significa per le aziende agricole del Nord
Per chi gestisce un'azienda cerealicola, un'orticola industriale o un allevamento nel bacino padano, le prossime settimane saranno probabilmente le più difficili della stagione. I suggerimenti operativi convergono su tre punti.
Il primo è la priorità colturale: in caso di disponibilità idrica limitata, il mais in fioritura e il pomodoro in allegagione hanno priorità assoluta rispetto alle colture già in fase avanzata o in post-raccolta. Concentrare l'acqua disponibile nelle fasi critiche è più efficiente che distribuirla uniformemente.
Il secondo è il monitoraggio quotidiano: i Consorzi di bonifica stanno aggiornando i bollettini idrici ogni 24-48 ore. Seguirli permette di anticipare le restrizioni, non solo di subirle.
Il terzo è la segnalazione: chi riscontra difficoltà di approvvigionamento deve comunicarle tempestivamente al Consorzio di bonifica di riferimento, che in molti casi ha strumenti di gestione straordinaria attivabili rapidamente se la domanda viene formalizzata.
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